Mettere per iscritto qualcosa della mia esperienza missionaria mi é sempre costato, nonostante debba confessare che l’esercizio é un interessante stimolo di verifica dell’operato pastorale.
Il Centro Missionario di Lodi mi ha chiesto di raccontare fatti o esperienze che abbiano un legame con quelle che Papa Francesco chiama ‘periferie esistenziali’. Anzitutto auguro che questa vostra veglia sia proficua e ricca di anelito missionario.
Dirò cose semplici, parlerò di periferie esistenziali che giá, almeno in parte, percorriamo e a noi vicine, ma che devono davvero interessarci e delle quali dobbiamo avere cura.
Quattro mesi fa ho cambiato parrocchia. Diversa dalla prima, ma altrettanto grande. Metá periferia e metá polo commerciale. Subito é balzato all’occhio che nella zona commerciale vi sono pochi bambini e una consistente popolazione anziana. Lo si nota con chiarezza durante le celebrazioni in chiesa. Dopo Pasqua ho cominciato a visitare gli anziani ammalati che sono molti, parecchi dei quali vivono in situzioni di solitudine e abbandono.
La signora Raimunda di 82 anni vive sola e in carrozzella da qualche anno. Ha perduto l’unico figlio e i parenti li ha lasciati, quando era giovane, nel lontano Nordest. É ancora lucida e le piace parlare. In una lunga conversazione mi diceva di aver trovato una figlia. Cosí chiama la ministra dell’Eucarestia che quasi tutti i giorni le fa visita e le porta da mangiare.
Dona Dolores vive da tempo rannicchiata su un materasso adagiato sul pavimento della casa fatiscente. La nipote con cui vive esce al lavoro quando è ancor buio e torna a notte. I vicini dicono che la nipote potrebbe fare di piú, ma forse anche loro. Dona Dolores nonostante tutto mi dice: Padre “não estou sozinha, mas eu e Deus”, “Padre non sono sola, ma siamo io e Dio”.
Tutti i lunedí alle 17.00 celebriamo Messa in casa di un ammalato insieme ai familiari che possono partecipare e a qualche persona della comunitá.
Nella periferia esistenziale degli anziani ammalati cerchiamo di farci presenti con visite, celebrazioni e aiuto concreto quando possibile.
Maggiori difficoltá si riscontrano nel raggiungere chi vive situazioni di ‘lavoro schiavo’. In 24 anni di presenza in Brasile ho visto molte cose cambiare per il meglio, ma non pochi passi rimangano da fare in questa grande nazione. L’economia avanza, ma non i salari dei poveri, le condizioni di lavoro migliorano, ma non per tutti, i diritti di un lavoro degno sono proclamati, ma gli orari da schiavi non permettono una vita normale a moltissime persone.
Simone, 3 figli e senza marito vuole battezzare l’ultima bambina. Arriva in parrocchia trafelata e mi dice: “Ho chiesto il permesso di uscire durante il lavoro fingendo che mi avesse chiamata la scuola dove studia un’altra mia figlia, diversamente non sarei riuscita ad arrivare da lei”. E continua: “Padre, sono mesi che non vengo in chiesa. Vorrei lasciare il mio lavoro, ma come faccio; devo mangiare io e tre miei figli e sono stata abbandonata”. Lavora tutti i giorni dalla 14.00 a mezzanotte, feste e domeniche comprese. Piange.
Benedita é contenta perché ha trovato un impiego nel polo commerciale, ma ha solo due domeniche al mese libere. Anche lei é venuta e con timore mi ha parlato del bambino che vuole battezzare: “Padre, come posso partecipare alle formazioni? Torno dal lavoro a notte. Non posso partecipare al ‘Círculo bíblico’ come é chiesto. E … il mio bambino potrá essere battezzato”?
Anche se lo conoscete meglio di me cito Papa Francesco. Dopo aver parlato delle porte delle chiese che dovrebbero rimanere sempre aperte, nella EG  Francesco dice: “Ci sono altre porte che non si devono chiudere: tutti possono partecipare in qualche modo alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunitá, e le porte dei sacramenti non si dovrebbero chiudere per  alcun motivo. Questo vale, soprattutto quando si tratta di quel sacramento che é la porta: il Battesimo…. Molte volte agiamo come controllori della grazia e non come facilitatori (EG, 47). Cito quanto ha scritto, con proprietá, Gianfanco Brunelli ne “Il Regno”: “L’altra cifra é quella della misericordia. Per Francesco si tratta del tema fondamentale di questo tempo, dopo le devastazioni del XX secolo e i lutti che insaguinano il XXI. Misericordia come nome di Dio. Come atteggiamento della chiesa. Come figura antropologica.[…] e fu Giovanni XXIII, nel discorso inaugurale del Concilio, a evidenziare la misericordia, piuttosto che il carattere della severitá o della condanna, nell’atteggiamento della Chiesa verso il proprio tempo. Per Francesco la misericordia di Dio é il messaggio di speranza che la Chiesa puó pronunciare oggi di fronte alla sofferenza innocente, all’ingiustizia, alla miseria. Misericordia é il nome dell’esistenza cristiana” (Il Regno – Attulitá 8/2014, 217). Come raggiungere Simone, Benedita e molte altre  mamme, sofferenti, abbandonate, che desiderano, a loro modo, per le loro creature la vita di figli di Dio? Possiamo raggiungerle con l’abbraccio della misericordia per tenerle a noi strette. Ma misericordiosi lo dobbiamo essere davvero rompendo indugi e presunzioni.
Poco piú di un mese fa mi hanno chiamato per benedire la salma di un adolescente di 14 anni, ammazzato per un regolamento di conti tra bande rivali. Volevano uccidere lui e suo fratello maggiore. Quest’ultimo é rimasto ferito, mentre Junior, é morto. Ridotto a un crivello da 52 coltellate. Abbiamo pregato chiedendo al Signore di lasciare da parte la vendetta. Sono ritornato qualche giorno dopo alla casa di Junior. Sono stato annunciato. É apparsa la nonna che mi ha bloccato sulla porta. Nella ‘casa de fumo’, casa dove si spaccia droga, non si  entra. Sono queste, periferie lontane, praticamente inaccessibili, ma ben presenti tra noi. Si tratta di un mondo difficile, che spaventa, che toglie tranquillità agli abitanti del luogo. É il mondo di giovani destinati a vivere una vita difficile; giovani che presto conosceranno il carcere e, per non pochi, la prematura morte.
Considerazioni e riflessioni le sapete fare meglio di me.
Sorgono domande: cosa fare Signore? Come raggiungere gli ‘Junior’ che popolano le periferie urbane? É comodo dire che queste esistenze ‘lontane e lacerate’ si raggiungono prima di tutto con la preghiera perché piú in là é impossibile spingersi? Preghiamo. Preghiamo per assumere un fedele e ostinato impegno per la costruzione di un mondo nuovo che chiamiamo Regno. Che é giustizia, fraternitá dalle quali possa germinare pace.
É quello che ho saputo dire. Buona veglia. Insieme corriamo verso le ‘periferie esistenziali’, quelle piú a portata di mano, ma anche quelle che piú ci sfidano ed invocano da noi una conversione a ‘un’esistenza cristiana piú misericordiosa’.

Dopo un paio di mesi di assestamento dopo il mio rientro in Cambogia, a metà gennaio ho cominciato a lavorare presso l’Università
St. Paul, un’università che si trova geograficamente in periferia. Voluta e costruita dalla Chiesa proprio nelle zone rurali del sud della Cambogia, offre l’opportunità di continuare gli studi anche a quei ragazzi che non potrebbero permettersi di trasferirsi, dalle campagne dove sono nati, in capitale a Phnom Penh per frequentare l’università, non potendo affrontare le tasse universitarie e le spese di vitto e alloggio dovute al trasferimento. Al St. Paul ci sono circa 350 studenti, di cui circa 120 sono studenti del primo anno. Il St. Paul è una periferia non solo perché lo è geograficamente, ma perché è proprio l’ultima spiaggia per tutti i giovani che vi arrivano: dopo la maturità chi ha buone capacità e ha vinto una borsa di studio per merito, va all’università a Phnom Penh; chi invece, pur non avendo ottenuto grandi risultati scolastici, ha un po’ di soldi per mantenersi gli studi e il costo della vita, va comunque a Phnom Penh (il fascino della città è irresistibile: dopo 20 anni a pascolare le mucche i più desiderano davvero la città, il sogno, la modernità e anche la trasgressione che la città comporta). Chi non ha brillato negli studi e non ha il supporto economico per studiare in capitale arriva alla fine al St. Paul, non senza aver tentato prima altre soluzioni proprio in capitale, come lavorare e studiare allo stesso tempo per mantenersi gli studi, o cercare vitto e alloggio gratuito presso i monaci delle pagode. Tentativi che in tanti casi non funzionano…Ed eccoli quindi arrivare al St. Paul, dove la maggior parte degli studenti riceve borse di studio pari al 25, 50, 75 o 100% della retta universitaria, borse di studio che vengono date non in base al merito scolastico ma in base al reddito familiare, dopo aver visitato e conosciuto le famiglie di ciascuno degli studenti. Fra gli studenti c’è anche chi aveva accantonato il sogno di studiare all’università per andare a lavorare in fabbrica (le fabbriche stanno crescendo come funghi in tutta la Cambogia grazie agli investimenti stranieri ed è forte la tentazione di guadagnare seppur pochi soldi ma velocemente), ma venuto a sapere dell’opportunità di poter studiare grazie a delle borse di studio al St. Paul, ha abbandonato il lavoro in fabbrica per ritornare allo studio.
Oltre al curriculum di studi l’idea è quella di offrire nel campus dell’università uno spazio aggregativo dove questi giovani possono sperimentare la propria creatività, sentirsi accolti e trovare un aiuto sia in ambito accademico che personale; uno spazio offerto, quindi non obbligatorio, dove vengono anche promosse attività extracurriculari artistiche e sportive, corsi di formazione e opportunità di apprendimento: ciò attraverso la partecipazione attiva degli stessi studenti, così da stimolarne la responsabilità personale e sociale.
Gli studenti che vengono da lontano risiedono gratuitamente al dormitorio studentesco costruito proprio per dare l’opportunità di studiare al St. Paul anche a chi viene da province lontane. E anche io vivo con loro. 130 ragazzi e ragazze da sostenere e “contenere”, ciascuno con una storia diversa da imparare a conoscere.
Ecco, direi proprio che la bellezza del St. Paul è quella di offrire opportunità! Di studio, di crescita, di cura, di ascolto.
Al momento del mio ritorno in Cambogia ho scelto io, in accordo con il Vescovo, di mettermi al servizio di questo progetto, senza però accorgermi che involontariamente avevo predefinito le “periferie esistenziali”, come dice Papa Francesco, o i poveri che avrei incontrato. Immaginavo di incontrare ragazzi poveri nei mezzi che volessero studiare all’università per riscattarsi e donare a sè e alla propria famiglia una vita migliore. In qualche modo avevo deciso io quale fosse il bisogno di questi studenti prima ancora di incontrarli. E la realtà si è rivelata non proprio corrispondente alle aspettative. Accanto a chi davvero ce la mette tutta per studiare, c’è anche chi di studiare non ha proprio voglia e abusa di questa opportunità che gli viene data senza impegnarsi e sperando in un diploma facile, c’è chi, ospitato al dormitorio, dorme tutto il giorno e non va a lezione, c’è chi ha comportamenti ribelli e ostili che certo non aiutano la vita insieme dei 130 studenti che risiedono ai dormitori.
E allora ho capito che dovevo ricominciare tutto: invece di stabilire a priori i bisogni del mio prossimo, era necessario che mi facessi prossima a chiunque avessi accanto, in qualunque modo mi si presentasse e non solo come studente desideroso di imparare. E solo così, facendomi vicino, ascoltando e guardando, avrebbe potuto nascere una vera prossimità e un vero incontro. E da un vero incontro emergere i bisogni. Allora dietro comportamenti ostili si scoprono storie di abbandoni che hanno generato voragini d’affetto e stima, e rabbia contro tutti; dietro ore passate a dormire invece di studiare si nasconde l’assenza di un metodo di studio e l’incapacità di stare seduti davanti ad un libro cavandone fuori qualcosa; dietro ripetute ubriacature e trasgressioni si nascondono la mancanza di speranza e di prospettive future.
Così queste periferie esistenziali si rivelano negli incontri. E mi aiutano a capire che non si va verso le periferie esistenziali solo per aiutare, ma perché anche noi siamo a nostra volta periferie esistenziali bisognose di cura.
Il St. Paul è nato da 4 anni e quindi è un progetto giovane ed in evoluzione: c’è spazio per tutti (studenti, professori, dipendenti…) per crescere e migliorare! E io sto cercando di inserirmi … trovando spazi e modalità che possano aiutarci a crescere insieme e che dicano di un desiderio di vicinanza e comunione che si fa sentire e pulsa dentro una differenza di storia e cultura che rimane comunque incolmabile e segna la nostra diversità. E proprio all’interno di questa diversità ci si scopre tutti figli dello stesso Padre, tutti protesi verso gli stessi desideri di bene e felicità seppure coniugati in modo diverso. Ed è una scoperta bellissima.

Cari amici,

questa volta il titolo é in portoghese… perché don Marco si ricorda questo slogan gridato tante volte a Rio de Janeiro nella passata Giornata Mondiale… vi scriviamo questo perché quello che vorremmo raccontarvi sono alcune esperienze che stiamo facendo in compagnia di giovani.

Si chiamano “missioni”. Cosa significa? Si invita un gruppo di giovani che per alcuni giorni, in generale una settimana, vivono in parrocchia e visitano le case di un quartiere o un paese invitando la gente e offrendo attivitá per bambini, adolescenti e adulti ispirate a una pagina del Vangelo.

Sono giovani che fanno parte di gruppi di formazione e impegno. Durante lo scorso marzo due gruppi della “Gioventú ignaziana” hanno fatto questo in Cardona e Nueva Helvecia. Sono alunni dell’Universitá Cattolica o ex alunni delle scuole dei Gesuiti che dedicano una settimana delle loro vacanze per aiutare una parrocchia. Un altro gruppo chiamato “Antorcha” (fiaccola) andrá nella Settimana Santa a Estación Gonzalez e nel paese di Malabrigo.

Cosa generano queste iniziative? In generale per una settimana accendono e entusiasmano il quartiere, danno una immagine di fede un po’ nuova e quindi aiutano molti a riavvicinarsi al Dio. Soprattutto danno una idea di Chiesa diversa: giovane, forte, missinaria, aperta, desiderosa di incontrare la gente. Sembra quasi contraddittorio in un contesto laicista come l’Uruguay incontrare gruppi convinti, determinati, arricchiti da una forte esperienza di fede e preghiera.

Sappiamo che alcuni giovani italiani verranno in Uruguay nel prossimo agosto per continuare questa opera di bene… giá stiamo aspettandovi!!! Nella valigia mettete fede, entusiasmo, pazienza insieme alle scarpe per camminare e alle magliette da cambiare sudate!!!

Pensiamo a tutti i giovani che – soprattuto ieri sera – hanno celebrato la GMG. Il papa gli ha recordato la prima beatitudine. Beati i poveri. In Uruguay la povertá piú grande é la perdita della fede e del senso delle cose… siamo sicuri che sapremo annunciarlo ancora una volta. Siamo “in missione per conto di Dio” proprio per questo. Grazie.

Don Federico, don Giancarlo, don Marco

 

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Ma dipende anche dal nostro impegno
recuperare la “gioia del vangelo”
e scoprire che io sono
una missione in questa terra.
Questo il senso delle Missioni Popolari
che la diocesi di S. José
si appresta a lanciare per rinnovare completamente
lo stile di essere Chiesa .

Carissime/i, ci risentiamo a Quaresima ormai iniziata, con un diverso clima spirituale e con tutto che ricomincia in Uruguay, dopo le lunghe vacanze e il carnevale.
Riprende la scuola, riappaiono i bambini, ci si organizza per il catechismo e la visita alle comunità torna ad essere più frequente.
Non vi nascondo un po’ di inquietudine perché la catechista di Gonzàlez mi ha detto che gli impegni familiari sono diventati più
gravosi e non sa se potrà continuare il suo servizio (e a chi lo chiedo?), perché gli Avventisti arrivano tutti i sabati a Malabrigo, la comunità più fragile, e hanno mezzi e attirano….e io mi scopro “ecumenico” solo a parole perché mi dà un gran fastidio e le nostre risorse umane sono pochissime… Mentalmente mi ripeto, come buon esercizio di Quaresima: “il campo è di Dio…il regno cresce come e quando lui vuole….siamo
semplici servitori…..vieni, Santo Spirito”.
Passando ad altro vi racconto che a metà febbraio, nella diocesi di San Josè, abbiamo tirato tutti un gran sospiro di sollievo quando papa Francesco ha nominato il nuovo arcivescovo di Montevideo. Uno dei candidati più gettonati era proprio il nostro vescovo Arturo, che gode di molta stima presso il Nunzio apostolico, e fino all’ultimo abbiamo temuto che lo cambiassero. Invece la scelta è caduta su mons. Sturla,
salesiano, persona stimata e preparata che da alcuni anni era ausiliare dell’arcivescovo della capitale. Meno male perché così può continuare il cammino pastorale che, come vi dicevo in altra occasione, si orienta a tentare l’esperienza delle Missioni popolari. Proprio in questi giorni a Cardona e a Nueva Helvetia, le parrocchie di Marco e Giancarlo, stanno facendo “missione” i gesuiti. Con gruppi di una ventina di studenti
universitari si istallano in un “barrio” per una settimana, visitano le case, organizzano attività con i bambini e i ragazzi, riflettono su un brano del vangelo con chi si riunisce e celebrano l’eucaristia. E questo una settimana, per tre anni, prima della Quaresima.
Ho assistito al primo giorno di missione e mi sembra proprio una bella attività. L’obiettivo è di smuovere il terreno e di preparare le condizioni perché nasca una piccola comunità di base che continui ad evangelizzare ed animare il barrio.
Il sogno che abbiamo a san Josè è ancora più ambizioso perché le Missioni Popolari, secondo il metodo che ha sperimentato in tanti anni un prete di Piacenza, don Luigi Mosconi, in più di cento diocesi del Brasile e in tante altre dell’America Latina, vorrebbero mettere tutta una parrocchia o una diocesi in “stato di missione”,per un periodo di tre o quattro anni, in modo che la dimensione missionaria della fede torni ad essere lo stile “normale” di ogni comunità cristiana. La grande sfida è quella di fare in modo che tutti gli agenti di pastorale (preti, catechisti, pastorale familiare, giovanile, sociale, caritas,..) e le persone che vorranno essere “missionarie” vivano il loro dono alla luce della missione di Gesù e aiutino la comunità a respirare in questa unica dimensione. Gli obiettivi delle Missioni Popolari sono diversi, secondo la realtà di ogni parrocchia. Ma ci sono alcuni risultati fondamentali che si vorrebbero raggiungere come il servizio alla persona, alla comunità cristiana e al territorio. Scoprendo tutto il bene che c’è nella vita della gente, ascoltando le domande e le preoccupazioni che inquietano ogni cuore umano, condividendo la propria esperienza i missionari e le missionarie cercheranno di aiutare le persone a scoprire che la vita è una “missione”, che
ogni vita è preziosa e non dipende dai successi ottenuti, che tutti sono importanti e hanno doni da condividere. Se ci saranno le condizioni, come frutto maturo di questo accompagnamento, si potrà annunciare come testimonianza personale che diventare discepoli di Gesù è la maniera più fantastica di trovare il senso e la forma della propria vita come missione. Le Missioni Popolari vorrebbero anche riattivare le parrocchie dando vita a una rete di piccole comunità nei vari settori, cellule di vita cristiana,solidali, ministeriali e missionarie, ancora più vicine alle case della gente e molto addentro ai problemi del territorio, per vivere la dimensione sociale del vangelo e rendere più degna e giusta la vita di tutti. E’ un grande sogno e una grande sfida che, per adesso, stiamo studiando per vedere se ci sono le condizioni per realizzarlo, adattandolo alla nostra realtà. Mi sembra che il livello di convinzione sia buono, per lo meno nei laici. Nel recente corso diocesano di formazione per catechiste/i il progetto delle Missioni Popolari é stato apprezzato e accolto con entusiasmo, soprattutto perché non si vede altro cammino nel nostro panorama pastorale un po’ appiattito.  C’è voglia di tornare alla “gioia del vangelo” perché ognuno scopra, come dice papa Francesco, che “io sono una missione in questa terra, e per questo sono al mondo”(EG,273).
Se le cose andranno per questo verso, vi terrò informati perché condividiate con noi questa nostra avventura.
Un abbraccio e buona Quaresima a tutte/i.

Don Federico

Carissimi, parenti e amici,

Eccomi a Bangui esattamente da tre settimane. Quando ho lasciato l’Italia so che molti si domandavano che cosa ci andavo a fare nell’inferno della Repubblica Centrafricana, scossa da fenomeni di una violenza inaudita. Penso che abbiate capito, ormai, perché sono qui e perché ci tenevo tanto a tornarci.
Cerco di fare il punto con voi.
Per molti mesi era stata la Seleka, il movimento ribelle che aveva preso il potere a Bangui, a maggioranza mussulmana, ad infierire sui non mussulmani, a saccheggiare i loro beni e ad uccidere gratuitamente persone innocenti. Poi, a partire dai primi di dicembre, quando i francesi, arrivati nel frattempo, hanno cominciato a disarmare gli uomini della Seleka, sono saltati fuori gli antibalaka, mescolanza di civili che si erano organizzati in gruppi di autodifesa, di ex-militari di Bozizé (il presidente detronizzato) infiltrati per creare disordine e confusione giocando sulla discriminazione religiosa, e di banditi di ogni genere pronti a pescare nel torbido. Gli antibalaka hanno cominciato ad attaccare e a massacrare non solo i militari della Seleka, ma anche i civili mussulmani considerati tutti come alleati della Seleka. Si sono prodotti dei fatti assolutamente orribili. Non ne sono stato testimone io stesso, ma coloro che me ne hanno parlato l’hanno fatto con accenti così forti da farmi rabbrividire: persone intercettate sulla strada, semplicemente perché i loro tratti esteriori facevano pensare che fossero mussulmani, tagliate a pezzi con machete e armi bianche, bruciati … Qualche volta, anche, fatti estremi di cannibalismo … E’ così che i quartieri dove i mussulmani erano poco numerosi, sono stati ripuliti dalla loro presenza. Spesso le loro case e le loro moschee sono state distrutte, bruciate e rase al suolo.
Questo però ha creato dappertutto un clima di insicurezza, perché i quartieri a maggioranza mussulmana hanno reagito allo stesso modo, e là dove i mussulmani avevano armi se ne servivano per proteggersi e per aggredire. Di conseguenza più della metà degli 800000 abitanti di Bangui hanno abbandonato le loro case e si sono rifugiati in luoghi considerati come protetti, là dove le truppe africane della MISCA (Mission de Soutien à la Centrafrique), oppure i francesi della missione Sangaris assicuravano una certa presenza. Si è parlato di più di cento mila persone accampate intorno all’aeroporto Mpoko di Bangui, centinaia di migliaia accumulate nelle parrocchie, al vescovado, al seminario maggiore, o negli spazi intorno alle comunità religiose. Molti hanno abbandonato i loro quartieri e hanno raggiunto parenti e amici in quartieri considerati meno esposti. E’ così che una casa dove normalmente c’erano sette o otto persone, si è trovata stracolma di rifugiati, fino a più di cento persone.
E facile immaginare le conseguenze di tali situazioni: assenza di ogni confort anche per bambini e anziani, mancanza di cibo e di acqua pulita, mancanza di medicinali in caso di malattia, condizioni igieniche deplorabili … Quando le prime piogge sono giunte le cose sono peggiorate ancora!

Le case abbandonate sono diventate la preda facile di banditi di ogni risma. Sono state letteralmente svuotate di tutto, e poi i vandali hanno strappato anche porte e finestre, le lamiere e le travi dei tetti, i cavi elettrici e tutto quanto era commercializzabile.
E’ evidente che la distinzione mussulmano/cristiano in questi casi non funzionava più. Una casa abbandonata è una casa abbandonata, chiunque ne sia il proprietario, dunque un luogo per fare bottino.

Molti ciadiani, mussulmani e non, per il fatto di essere ciadiani sono stati presi di mira dagli antibalaka. Tra i ribelli della Seleka infatti c’erano molti mercenari ciadiani e i militari ciadiani che facevano parte delle truppe della CEEAC (Communauté Economique des Etats de l’Afrique Centrale), che avrebbero dovuto impedire l’arrivo della Seleka a Bangui, avevano avuto un comportamenti molto ambiguo, al punto che sono stati accusati di aver fraternizzato con i loro connazionali ribelli. Il Ciad ha mandato aerei e camion per rimpatriare i ciadiani che non si sentivano più sicuri a Bangui, anche se erano nati qui e se non avevano mai vissuto in Ciad.
Dei convogli di mussulmani, obbligati a fuggire la minaccia degli antibalaka, sono stati organizzati anche verso il Cameroun e la Nigeria. Degli aerei hanno riportato a casa senegalesi e maliani.

In concomitanza con tutto questo movimento di gente e apportando ogni volta accenti drammatici, ci giungevano le notizie delle violenze perpetrate dagli uomini della Seleka che stavano risalendo verso nord, verso il Ciad. Nelle città e nei villaggi che attraversavano, magari per vendicare i loro fratelli che subivano violenze a Bangui, rubavano, distruggevano e uccidevano.
Altre violenze hanno avuto luogo al sud, a circa 200 Km da Bangui …
Ci sono state scene disgustose qui a Bangui, all’uscita della città verso nord. I convogli dei fuggiaschi mussulmani, camion stracarichi di cose e di persone, sfilavano tra due ali di popolo che li insultava e, quando dei bagagli cadevano a terra erano subito ghermiti dalla folla. Quand’era una persona che cadeva, non le restava più che di raccomandare la sua anima al buon Dio!

La situazione rimane ancora molto precaria. E’ senz’altro per questo che i francesi hanno deciso di aumentare il loro effettivo di altri quattro cento uomini. L’unione europea si propone di mandare mille uomini in sostegno all’azione dei francesi e a quella delle truppe africane, che dovrebbero pure loro vedere il loro effettivo aumentato.
La recente visita del ministro della difesa francese, che ha circolato per tre giorni nella regione, ha permesso di precisare che l’obiettivo immediato da raggiungere è la neutralizzazione degli antibalaka. C’è anche una volontà affermata di tradurre davanti a un tribunale tutti coloro, Seleka o Antibalaka, che hanno commesso crimini contro i diritti umani.

E le autorità centrafricane in tutto questo? Non saprei ancora apprezzare la loro capacità di promuovere azioni efficaci. E chiaro che non possono agire che appoggiandosi sui contingenti armati stranieri. L’esercito centrafricano non è ancora stato rimesso in piedi e neppure le altre forze di polizia e di gendarmeria.
Se devo essere sincero devo ammettere che non credo molto che le autorità attuali possano ottenere risultati brillanti. Si ha l’impressione che nonostante tutto sono sempre le stesse persone che muovono le leve del potere, anche se in passato non hanno mostrato capacità geniali, anche quando sono state dimesse dalle loro funzioni per grossi errori professionali. Non sono queste le persone nuove che possono condurre a risultati nuovi. Speriamo che mi sbagli e che, fra qualche settimana, vi possa dare un’altra opinione.

La speranza è alimentata dall’interesse crescente delle istanze internazionali per quanto succede in questo paese. Forse non è tanto la compassione per la sofferenza delle popolazioni centrafricane che motiva quest’interesse, ma la volontà di non lasciare che anche la RCA divenga una nuova Somalia, un nido per islamisti.
Per noi, il motivo della nostra speranza, è proprio l’immensa sofferenza di questo popolo, non solo dei cristiani ma anche dei mussulmani e di tutti, qualunque sia la loro religione. Tanta sofferenza non può lasciare indifferente il cuore di Dio. Prima o poi, per la misericordia di Dio, questa passione diventerà redentrice.

Un caldo abbraccio a tutti.
P. Dorino Livraghi sj

Porta il nome di un coniglio selvatico. Ci sono voluti 45 anni per ammetterlo. Ma è solo una questione di tempo. Anche se la menzogna corre veloce è raggiunta dalla verità. La Francia ha effettuato 17 esperimenti nucleari nel deserto algerino. Portano il nome di un coniglio selvatico e solo cambia il colore. Gerboise bianco, rosso e verde. Una bandiera tenuta nascosta come le contaminazioni radioattive. Malformazioni congenite, aborti e malattie di diversa natura. Gli esprimenti atomici sotterranei hanno creato una menzogna nucleare.

Porta il nome di un otturatore di fucile a pietra focaia. Flintlock in inglese. L’esercitazione militare che si svolge in questi giorni nel Niger. Ne va della sicurezza dei potenti. Circa mille militari di una ventina di paesi. La Spagna, la Francia, la Gran Bretagna, l’Italia, i Paesi Bassi, gli Stati Uniti, la Norvegia, la Danimarca, il Canada, la Germania e 8 paesi africani. La lotta contro il terrorismo di matrice islamica giustifica questo e altro. Gli Stati Uniti hanno fatto di questa zona del Sahel una priorità. Si combatte da un lato ciò che si appoggia dall’altro. Non ci sono amici ma solo interessi.

Porta il nome di In Gall. Oasi a un centinaio di kilometri da Agadez nel nord del Niger. Famosa per i datteri che secondo la tradizione erano stato portati da un pellegrinaggio a Medina. Hanno denunciato la morte degli animali. Non lontano dalla città c’è una fabbrica che tratta il minerale di uranio. Il sindaco denuncia la morte sospetta di diverse decine di animali. Hanno utilizzato le acque che dalla fabbrica si disperdono nei campi. Anche i piccoli degli animali nascono prematuramente. Il sindaco teme che la stessa acqua, utilizzata dagli umani, possa portare gli stessi sintomi.

Porta il nome di Sahara e non è morto affatto. L’uranio 235 ha una mezza vita di circa 24 mila anni. La Francia ha eseguito anche esperimenti coi gas chimici per 15 anni. La Total vorrebbe poter trovare spazi per sfruttare il gas di scisto dalle rocce. Nel deserto c’è la flora, la fauna e gli umani che non contano. Non hanno mai ricevuto indenizzazioni o riconoscimento alcuno. La sabbia seppellisce e conserva come il sale. Ci sono eredità radioattive che la strategia atomica ha giustificato. De Gaulle aveva gridato al mondo la vittoria atomica. Una Francia più forte e più fiera.

Porta il nome di Mohammed. Il sindaco di In Gall è stato allertato dalla gente della zona di Azzelit. A 90 kilometri da In Gall dove in questi ultimi giorni sono morti gli animali della fattoria. I cadaveri degli animali sono stati visti nei dintorni della fabbrica. Gli animali dimagrisnono innaturalmente in ogni stagione dell’anno. Il sindaco chiede un’inchiesta sui fatti enunciati. Afferma di avere a questo contattato a questo proposito le autorità della fabbrica senza risultato. L’acqua si è fatta rara nella regione. Anche le piante di datteri arrivate da Al Medina sembrano soffrire malattie sconosciute.

Porta il nome di un otturatore di arma antica. Le guerre e le armi invecchiano in fretta. Esercitazioni militari e incontri del G5 del Sahel. La sicurezza armata non ha prezzo. Come il commercio di droga di cui l’Africa Occidentale è diventata produttore e consumatore. Ormai tutto si fabbrica. Anche i bambini poi venduti ai commercianti e soprattutto i poveri. Il petrolio è come la politica e si traffica coi migliori acquirenti sul mercato della dignità. I bidoni che arredano la città di Niamey si trasformano in eleganti pilastrini in cemento. Anch’esso armato come si conviene.

Porta il nome di Ninfea e consiste in campi militari. Si collezionano droni e altri sistemi di controllo militare. La sicurezza per chi detiene il potere e per chi vuole perpetuarlo. In Marocco e in Tunisia secondo indiscrezioni pubblicate di recente. Piante acquatiche che evocano paesaggi esotici. Le primavere arabe profumano a dollari che danzano con le monete raccomandate.Traditori del popolo che dalle piazze rincorrono la democrazia confiscata. Il futuro assomiglia al passato e il Sahel organizza tornei militari senza legittimità.

Porta il nome di Adolphe e arriva con una borsa da viaggio dal Centrafrica. Ha fame di un paese senza guerre e mangia un piatto di riso prima di dormire.

Ciao a tutti,

il prossimo incontro sarà:

Mercoledi 5 Febbraio 2014 alle ore 21.00
in luogo da stabilire (riceverete comunicazione a ridosso dell’incontro)
Ordine del giorno:
– “Ludesan Tour”: tematiche, dinamiche, contenuti e gruppi di lavoro.
– Varie ed eventuali.
Se conoscete qualcuno che si voglia unire al nostro gruppo invitatelo pure!!
Buona Cammino e Buona Missione!

Missio Giovani Lodi è lieta di annunciarvi che in primavera partirà il LUDESAN TOUR!

Un viaggio nella Diocesi di Lodi alla riscoperta dei valori missionari.

Vuoi animare la catechesi dei tuoi ragazzi?
Vuoi organizzare un incontro in parrocchia su tematiche missionarie?
Vuoi organizzare una mostra, una festa, un’iniziativa a carattere missionario?

SCRIVICI!
Non vediamo l’ora di aggiungere la tua parrocchia alle tappe del LUDESAN TOUR!

Ciao a tutti,

il prossimo incontro sarà:

Mercoledi 8 Gennaio 2013 alle ore 21.00
al Move (Corso Mazzini 64) di Lodi
Ordine del giorno:
– Ultimi dettagli per la mostra di Paolo Bottoni al Move, il 26 Gennaio 2013 ;
– Discussione sui temi ed organizzazione del “Ludesan Tour”
– Varie ed eventuali.
Se conoscete qualcuno che si voglia unire al nostro gruppo invitatelo pure!!
Buona Cammino e Buona Missione!