Dopo un paio di mesi di assestamento dopo il mio rientro in Cambogia, a metà gennaio ho cominciato a lavorare presso l’Università
St. Paul, un’università che si trova geograficamente in periferia. Voluta e costruita dalla Chiesa proprio nelle zone rurali del sud della Cambogia, offre l’opportunità di continuare gli studi anche a quei ragazzi che non potrebbero permettersi di trasferirsi, dalle campagne dove sono nati, in capitale a Phnom Penh per frequentare l’università, non potendo affrontare le tasse universitarie e le spese di vitto e alloggio dovute al trasferimento. Al St. Paul ci sono circa 350 studenti, di cui circa 120 sono studenti del primo anno. Il St. Paul è una periferia non solo perché lo è geograficamente, ma perché è proprio l’ultima spiaggia per tutti i giovani che vi arrivano: dopo la maturità chi ha buone capacità e ha vinto una borsa di studio per merito, va all’università a Phnom Penh; chi invece, pur non avendo ottenuto grandi risultati scolastici, ha un po’ di soldi per mantenersi gli studi e il costo della vita, va comunque a Phnom Penh (il fascino della città è irresistibile: dopo 20 anni a pascolare le mucche i più desiderano davvero la città, il sogno, la modernità e anche la trasgressione che la città comporta). Chi non ha brillato negli studi e non ha il supporto economico per studiare in capitale arriva alla fine al St. Paul, non senza aver tentato prima altre soluzioni proprio in capitale, come lavorare e studiare allo stesso tempo per mantenersi gli studi, o cercare vitto e alloggio gratuito presso i monaci delle pagode. Tentativi che in tanti casi non funzionano…Ed eccoli quindi arrivare al St. Paul, dove la maggior parte degli studenti riceve borse di studio pari al 25, 50, 75 o 100% della retta universitaria, borse di studio che vengono date non in base al merito scolastico ma in base al reddito familiare, dopo aver visitato e conosciuto le famiglie di ciascuno degli studenti. Fra gli studenti c’è anche chi aveva accantonato il sogno di studiare all’università per andare a lavorare in fabbrica (le fabbriche stanno crescendo come funghi in tutta la Cambogia grazie agli investimenti stranieri ed è forte la tentazione di guadagnare seppur pochi soldi ma velocemente), ma venuto a sapere dell’opportunità di poter studiare grazie a delle borse di studio al St. Paul, ha abbandonato il lavoro in fabbrica per ritornare allo studio.
Oltre al curriculum di studi l’idea è quella di offrire nel campus dell’università uno spazio aggregativo dove questi giovani possono sperimentare la propria creatività, sentirsi accolti e trovare un aiuto sia in ambito accademico che personale; uno spazio offerto, quindi non obbligatorio, dove vengono anche promosse attività extracurriculari artistiche e sportive, corsi di formazione e opportunità di apprendimento: ciò attraverso la partecipazione attiva degli stessi studenti, così da stimolarne la responsabilità personale e sociale.
Gli studenti che vengono da lontano risiedono gratuitamente al dormitorio studentesco costruito proprio per dare l’opportunità di studiare al St. Paul anche a chi viene da province lontane. E anche io vivo con loro. 130 ragazzi e ragazze da sostenere e “contenere”, ciascuno con una storia diversa da imparare a conoscere.
Ecco, direi proprio che la bellezza del St. Paul è quella di offrire opportunità! Di studio, di crescita, di cura, di ascolto.
Al momento del mio ritorno in Cambogia ho scelto io, in accordo con il Vescovo, di mettermi al servizio di questo progetto, senza però accorgermi che involontariamente avevo predefinito le “periferie esistenziali”, come dice Papa Francesco, o i poveri che avrei incontrato. Immaginavo di incontrare ragazzi poveri nei mezzi che volessero studiare all’università per riscattarsi e donare a sè e alla propria famiglia una vita migliore. In qualche modo avevo deciso io quale fosse il bisogno di questi studenti prima ancora di incontrarli. E la realtà si è rivelata non proprio corrispondente alle aspettative. Accanto a chi davvero ce la mette tutta per studiare, c’è anche chi di studiare non ha proprio voglia e abusa di questa opportunità che gli viene data senza impegnarsi e sperando in un diploma facile, c’è chi, ospitato al dormitorio, dorme tutto il giorno e non va a lezione, c’è chi ha comportamenti ribelli e ostili che certo non aiutano la vita insieme dei 130 studenti che risiedono ai dormitori.
E allora ho capito che dovevo ricominciare tutto: invece di stabilire a priori i bisogni del mio prossimo, era necessario che mi facessi prossima a chiunque avessi accanto, in qualunque modo mi si presentasse e non solo come studente desideroso di imparare. E solo così, facendomi vicino, ascoltando e guardando, avrebbe potuto nascere una vera prossimità e un vero incontro. E da un vero incontro emergere i bisogni. Allora dietro comportamenti ostili si scoprono storie di abbandoni che hanno generato voragini d’affetto e stima, e rabbia contro tutti; dietro ore passate a dormire invece di studiare si nasconde l’assenza di un metodo di studio e l’incapacità di stare seduti davanti ad un libro cavandone fuori qualcosa; dietro ripetute ubriacature e trasgressioni si nascondono la mancanza di speranza e di prospettive future.
Così queste periferie esistenziali si rivelano negli incontri. E mi aiutano a capire che non si va verso le periferie esistenziali solo per aiutare, ma perché anche noi siamo a nostra volta periferie esistenziali bisognose di cura.
Il St. Paul è nato da 4 anni e quindi è un progetto giovane ed in evoluzione: c’è spazio per tutti (studenti, professori, dipendenti…) per crescere e migliorare! E io sto cercando di inserirmi … trovando spazi e modalità che possano aiutarci a crescere insieme e che dicano di un desiderio di vicinanza e comunione che si fa sentire e pulsa dentro una differenza di storia e cultura che rimane comunque incolmabile e segna la nostra diversità. E proprio all’interno di questa diversità ci si scopre tutti figli dello stesso Padre, tutti protesi verso gli stessi desideri di bene e felicità seppure coniugati in modo diverso. Ed è una scoperta bellissima.

Lodigiana D.O.C., dopo aver passato 3 anni e mezzo in Cambogia come volontaria per l’ALP (Associazione laici PIME) sono tornata in Italia nel 2009, e dopo 4 anni, il mese scorso, ecco il ritorno in Cambogia, stavolta dopo aver scelto di fare della missione la mia Vita. Il mio lavoro vero e proprio non è ancora cominciato, ma ci tengo a mandarvi qualche notizia gioiosa, perché Africa, Asia, America Latina non sono solo povertà e fatica, ma anche piccole e grandi gioie nella vita quotidiana.E una delle gioie più belle è quella del giorno del matrimonio.

Sabato scorso ho partecipato al matrimonio di Chenna e Sinaet.

Chenna è un ragazzo cambogiano di 28 anni, secondo di 4 fratelli. Alcuni di voi possono anche averlo conosciuto, perché nel maggio 2009 è arrivato a Milano per accompagnare Ranon, il fratello malato di leucemia, perché fosse curato. Nei 9 mesi di cura e convalescenza del fratello Chenna gli è stato accanto, ma ha avuto anche il tempo di imparare l’italiano, di partecipare a iniziative qui in Italia, di conoscere amici e di farsi volere bene da tutti, con la discrezione che lo caratterizza. Una volta guarito Ranon e tornati in Cambogia, Chenna ha ripreso e terminato gli studi universitari di Informatica ed ha cominciato a bazzicare al centro per malati S. Elisabetta, aiutando quando c’erano problemi con i computer. Il centro per malati S. Elisabetta (http://www.camtome.it/2013/03/21/i-care-ostelli-per-malati-2/), si trova a Phnom Penh la capitale della Cambogia, ed è appunto un centro che si occupa di accoglienza e servizio ai malati più poveri, indirizzandoli verso gli ospedali più adeguati e dando loro vitto, alloggio e assistenza durante il soggiorno in capitale per le cure. E poi la vita ha portato a Chenna delle belle sorprese! L’aiuto tecnico al centro S. Elisabetta si è trasformato con gli anni in una passione per i malati che lo ha portato a voler studiare Infermieristica, ma la sorpresa più bella per tutti è stato l’affetto nato tra Chenna e Sinaet, anche lei dipendente del centro per malati. Sinaet, laureata in contabilità, prima di 6 fratelli, ha cominciato a lavorare per il progetto di assistenza ai malati fin dai primi inizi, nel 2007, come responsabile della contabilità appunto. Ha visto il progetto crescere e con il progetto è cresciuta la sua passione e cura per i malati, così che anche lei ha maturato il desiderio di studiare Infermieristica. Così sia Chenna che Sinaet oggi lavorano al centro S. Elisabetta da lunedì al venerdì, mentre il sabato e la domenica studiano Infermieristica all’Università. E il bene che si vogliono è stato proprio chiaro a tutti durante il giorno del loro matrimonio! Si sono sposati sabato scorso e la gioia è stata grande soprattutto perchè anche Ranon (ora sano come un pesce) che al momento sta studiando in Italia all’Accademia di Brera (abbiamo tra noi in Italia un artista cambogiano!!), ha potuto essere presente alla cerimonia per una serie di “fortunate” coincidenze.

Secondo la tradizione cambogiana la giornata del matrimonio è cominciata presto anche per tutti gli ospiti: alle 6.30 del mattino c’è stata la processione dei doni. Amici e parenti si sono radunati nei pressi della casa della sposa e vi si sono diretti in processione, dietro lo sposo, portando frutti e doni, simbolo dei beni che la famiglia del futuro marito fa alla futura moglie. Raggiunta la casa della sposa i genitori dello sposo si incontrano fuori della casa della sposa per chiedere ufficialmente la mano della sposa. Una volta avuto il permesso lo sposo entra nella casa della sposa per incontrarla e iniziano così i riti veri e proprio del matrimonio. È il momento del rito del taglio dei capelli: i genitori prima e poi gli amici e i parenti, a turno a due a due, con in mano forbici e pettine tagliano i capelli (ma è solo per finta!) ai due sposi, e questo simboleggia l’inizio di una nuova vita per la nuova coppia, che si lascia alle spalle il passato. Dopo un cambio di vestiti (durante la giornata gli sposi si sono cambiati vestiti per ben 6 volte), è il momento del rito dei braccialetti: ancora una volta genitori, amici e parenti sono coinvolti nel rito legando dei braccialetti rossi ai polsi degli sposi, e il gesto, che vuole essere un augurio di felicità e di bene, è accompagnato da una busta con dei soldi che viene donata agli sposi. Dopo un’ulteriore cambio di vestiti è venuta l’ora della cerimonia cattolica in chiesa, con rigorosissimo vestito bianco per entrambe. A concludere pranzo insieme, divisi in tavoli rotondi da 10.

Che dire? Per chi ha avuto la fortuna di esserci è stata una giornata proprio bella, e per chi non è potuto esserci speriamo che questo racconto possa almeno darvi un’assaggio della bellezza e della gioia che in qualsiasi latitudine del mondo si sperimenta quando due persone si vogliono bene.

Valeria