Carissimi,

dopo i vari attacchi dei mesi di ottobre e novembre il 20 di novembre si sono svolte le elezioni amministrative in un clima apparentemente tranquillo anche se, di fatto, in quel giorno le strade erano deserte. L’affluenza alle urne è stata bassissima (si parla di meno del 50%) e, naturalmente, 50 dei 53 municipi (inclusa Nacala e Isola del Mozambico) sono andati al partito Frelimo. Dei tre rimanenti Beira e Quelimane son andati al MDM (non senza confusioni, morti e feriti) mentre a Nampula le elezioni sono state rimandate a domenica 1 dicembre a causa della dimenticanza del nome di un candidato sulle schede elettorali. Palesi ed evidenti i brogli in alcuni municipi (Gurué e Mocuba) dove, addirittura, i reporter radiofonici e televisivi sono stati “invitati” a non comunicare l’esito dello scrutinio che era a favore del MDM fino all’aggiustamento dei voti! All’Isola del Mozambico alla fine le schede votate erano in numero maggiore dei votanti….. e cosí altre mille irregolarità che sono sotto gli occhi di tutti! Per il resto il governo ha rifiutato l’intervento di forze internazionali per la mediazione della tensione politico-militare adducendo che il conflitto in atto puó essere risolto all’interno del paese. Ciò in risposta alle condizioni poste dal lider dell’opposizione Djakhama, (rimasto col suo partito Renamo fuori dalle elezioni) che ha chiesto, per sedere ad un tavolo di trattative, una scorta e l’intervento di osservatori nazionali ed internazionali. Insomma al momento niente di risolto anzi, la tensione sará destinata ad aumentare in vista delle elezioni presidenziali del 2014. Sono state pubblicate su alcune riviste delle lettere fortissime e fondate contro un Presidente che sta spudoratamente pensando ad arricchirsi il più possibile prima di uscire di scena come Presidente e rientrare dalla finestra come Segretario di partito, figura a cui opportuni aggiustamenti costitutivi danno quasi più potere che al Presidente!

Ecco…. Questo è il nostro scenario in questi giorni.

La notizia buona è che da ieri è iniziato a piovere e anche in questo momento sta piovendo! Non so se saranno giá piogge regolari ma la gente, dopo la scarsità di acqua dello scorso anno, ne aveva un bisogno enorme (inclusa la nostra missione che, tanto per cambiare, da un mesetto è senza acqua!!!).

Grazie per la preghiera, grazie per l’affetto. Vi scriverò presto. Un abbraccio a tutti.

Elena

Cari amici,

gli ultimi mesi sono passati cosi veloci ed intensi da lasciarmi poco tempo, o forse pochi spazi mentali, per raccontarvi un po’ della vita di qui.

Vediamo da dove iniziare….  Dal tempo secco? Dalle ultime novità del progetto di microcredito? Dalla vita nella missione? Dagli investimenti economici stranieri che stanno trasformando (in meglio o in peggio?) il distretto di Nacala-a-Velha? Dalla febbre dell’oro che è scoppiata nel distretto di Memba? Dai conflitti a fuoco scoppiati nel centro del paese da, così ce la raccontano, ex ribelli del partito Renamo dovuti allo scontento generale ed in vista delle elezioni politiche del prossimo anno? Dal rientro in Italia della mia amica Giovanna con cui si è costruita in questi anni un’amicizia preziosa e bella? Dal campo estivo organizzato da CMD, Caritas e CPG con le lodigiane Anna, Beatrice, Camilla, Giorgia, Lucia e Valentina con tutta la loro giovane freschezza e apertura all’altro?

Inizierò invece da un episodio che per giorni mi ha fatto riflettere e non poco. Mi trovavo a Memba per restituire a Padre Silvano la macchina che mi aveva prestato durante la riparazione della nostra e, come spesso accade, avevamo accompagnato in ospedale una mamma malata raccolta in un villaggio. Al ripartire dall’ospedale un uomo avvicina Silvano e gli chiede soccorso: “Per favore Signor Padre aiutaci a riportare a casa il nostro bambino che è qui ricoverato ma non c’è più nulla da fare. E’ qui da una settimana perché è caduto nel fuoco e si è bruciato ma da stamattina è peggiorato moltissimo, sta male, molto male, morirà presto!”. Ci guardiamo per un secondo e rispondiamo: “Andiamo a vedere.” Nello stesso tempo penso tra me e me: “E’ quasi sera accidenti… siamo appena arrivati dopo un’ora e mezza di strada e sono anche stanca! Accompagnarlo vuol dire farsi altre tre ore di sterrato… non si potrà rimandare a domattina?”.

L’uomo ci conduce dal bimbo che avrà forse cinque anni ed ha un’ustione profonda all’interno delle cosce che esala un forte fetore. Le ferite sono a tratti coperte da garze sporche, ma oltre a tutto ciò il piccolo ha la lingua gonfissima fuori dalla bocca, imprigionata tra i denti che non riesce più ad aprire.

“Cos’è successo alla lingua?” chiediamo alla nonna che lo assiste.

“Se l’è morsicata stamattina perché era molto agitato, con la febbre alta, ed è rimasta così. Aiutateci a portarlo a casa per favore”  risponde. La sua manina intanto cerca quella di Silvano e la stringe in silenzio mentre i suoi occhioni mi attraversano l’anima.

Visto che il medico non c’è, cerchiamo un’infermiera e quando le chiediamo del piccolo risponde indispettita: “Ma è ancora qui? L’abbiamo dimesso stamattina su richiesta della famiglia che vuol portarselo a casa ed infatti oggi non ha ricevuto né la medicazione e nemmeno una flebo. Ma cosa pensano di fare a casa? Non può mangiare né bere. Chi gli metterà un flebo? Stamattina ha avuto convulsioni dovute alla febbre alta e la nonna invece di collaborare aprendogli la bocca si è messa in un angolo a piangere! Il bambino non è grave, bisogna solo aprirgli quella bocca! Avanti, portatelo a casa ora!”

Don Silvano cerca di mediare l’aria tesissima tra la famiglia e il personale dell’ospedale: “Per favore signora infermiera, cerchi di capire, sono persone semplici e non sanno come comportarsi in caso di convulsioni.” E cerca di convincere i familiari: “Se c’è una speranza di salvarlo è qui in ospedale. A casa morirà sicuramente”.

Per un attimo i familiari sembrano ricredersi e l’infermiera mette in atto un vano tentativo di liberargli la lingua mentre il piccolo si dimena e urla. L’infermiera rinuncia e i familiari ricominciano col solito ritornello: “A casa, a casa, a casa!”.

Lo carichiamo in macchina e durante il viaggio non riesco a dire una sola parola. I familiari parlano tra loro convintissimi di aver fatto la cosa giusta e più loro si convincono più mi sembra assurdo condannare a morte un innocente senza prestargli le cure di cui ha bisogno. Anche Padre Silvano tace. Lo lasciamo nella sua capanna attorniato dai familiari tutti disposti al suo capezzale; altri nel patio ad aspettare.

Torniamo a casa, prendiamo qualcosa di caldo e andiamo a letto. Non riesco a prendere sonno né a trattenere le lacrime. L’indomani il caso vuole che si ripassi proprio davanti a casa sua in viaggio per la missione di Alua dove annualmente si tiene un pellegrinaggio diocesano ad un santuario intitolato a “Nossa Senhora Mãe da Africa”. Padre Silvano ferma la macchina già carica di pellegrini per andare a vedere il piccolo la cui situazione ovviamente è peggiorata. Anche oggi cerca le nostre mani avere senza la forza di stringerle. Padre Silvano fa una proposta alla famiglia: “Potremmo portarlo ad Alua. In missione c’è una suora che conosciamo e che lavora all’ospedale come infermiera. Parlate un momento tra voi e poi mi dite cosa ne pensate”.

Usciamo dalla casa sfiduciati perché non crediamo che accetteranno, mentre i familiari decidono immediatamente di tentare con questo nuovo ospedale. La cosa mi sorprende: avranno chiamato un curandeiro durante la notte, penso, e per questo ora sono tranquilli in coscienza e ben disposti anche verso le cure mediche. Alua si trova a circa tre ore di strada sterrata da casa sua. Mentre lo carichiamo in macchina notiamo la rigidità delle sue braccia e del collo. sarà per il male alle ferite pensiamo. Arrivati ad Alua Carla lo assiste senza perder tempo: medica le ferite sanguinanti, gli mette una flebo per idratarlo, gli somministra un antidolorifico, gli fa un test per vedere se la febbre e le convulsioni erano dovute alla malaria e il sospetto è confermato così inizia anche a trattarlo per la malaria e lo rassicura con la sua dolcezza e competenza. Mi sembra un sogno! Per quella lingua però è necessario un chirurgo: i denti infossati han prodotto una ferita che potrebbe causare un’emorragia e va cucita da un chirurgo. Compila la cartella clinica e la richiesta di trasferimento all’ospedale di Namapa dove dovrebbe esserci il chirurgo.

Mi chiede il suo nome e realizzo in quel momento di non sapere come si chiama il bambino. Non è un caso. Il nome è la prima cosa che si chiede ad una persona che non si conosce ma, quasi fosse più facile staccarsene, io non l’avevo voluto chiedere. Isac risponde la nonna.

Ripartiamo per Namapa e all’arrivo ci dicono che il chirurgo è fuori città. Dopo una buona oretta si riesce a recuperare il suo numero telefonico: arriverà in giornata ci dicono. Torniamo ad Alua col numero di telefono dell’infermiere per avere notizie. Alle cinque pomeriggio il chirurgo non è ancora arrivato così torno da Carla che lo chiama. La rassicura di stare per entrare in ospedale in quel momento proprio per visitare il piccolo Isac. Rimaniamo in attesa mentre nel santuario inizia la veglia di preghiera serale proprio in coincidenza con quella proposta dal Papa per la pace in Siria. Con fatica rimetto tutto nelle mani di Dio Padre che, come tante volte mi ha ricordato Don Olivo, non perde una sola delle lacrime dei suoi figli, tutte ugualmente preziose ai suoi occhi.

Quasi alla fine della veglia mi avvicina Carla: “Ho parlato col chirurgo. E’ riuscito a sistemargli la lingua. Ha il sospetto che abbia contratto il tetano e se così fosse, non c’è più niente da fare. Ecco perché il corpo era così rigido: si sta paralizzando.”

Il mattino all’alba prima dell’avvio della chiusura del pellegrinaggio torniamo all’ospedale. I familiari sono soddisfatti: “Anche qui, come ad Alua, il bambino è stato curato conformemente. La bocca è tornata a posto. All’ospedale di Memba eravamo entrati il venerdì pomeriggio, giorno dell’ustione e fino al lunedì successivo non l’avevano nemmeno guardato.”

“Ecco allora come ha contratto il tetano” commento a Padre Silvano che mi risponde: “Finora i familiari non avevano detto di essere stati ignorati nell’altro ospedale. Ecco perché volevano portarlo a casa a tutti i costi ed avevano pure ragione.”

Tentiamo di spiegare alla famiglia che la patologia di Isac è molto grave e che la cosa grave non sono le ustioni ma un’infezione che ha contratto in seguito. I familiari ascoltano in silenzio, ringraziano noi e ringraziano Dio delle cure che ha ricevuto.

Il medico tenta una terapia antibiotica e nei giorni successivi rimaniamo in contatto telefonico con Carla e con l’ospedale. Dopo qualche giorno mi trovo nella cittá di Nampula e ricevo l’avviso che anche Isac è stato trasferito proprio quel giorno a Nampula. Vado a cercarlo: quando la nonna mi vede sembra sciogliersi e mi salta al collo. Era spaventatissima da una città che non conosce ed era arrivata da sola perché gli altri familiari erano già tornati a casa. Isac è stazionario ma continua con le convulsioni. Ha fame e sete ma non riesce ancora a mangiare per via della ferita in bocca. La nonna lo imbocca con dolcezza con piccole gocce d’acqua ognuna delle quali gli provoca visibilmente dolore. Esco a comprare un po’ di succo di frutta e di latte fresco ed al ritorno lo vedo per la prima volta con un sorriso che gli copre il volto! “Li ha comprati per me?“ chiede alla nonna. Sicuramente non ne ha mai conosciuto nemmeno il sapore. Per la prima volta sento la sua voce.

Torno il mattino seguente e la nonna è felice: “Stamattina Isac si è svegliato bene e senza convulsioni, ha salutato tutti gli infermieri che passavano, ha bevuto quasi tutto ciò che gli hai portato!”. Lo saluto e riparto per casa e mentre sto per arrivare mi giunge la notizia della sua morte. Padre Silvano parte il mattino seguente per riportare il suo corpicino a trecento kilometri da lí, nel suo piccolo villaggio nel “mato”. Lo trova in una cella frigorifera accatastato sopra altri tre cadaveri. Lo riporta alla famiglia che lo seppellisce secondo il rito mussulmano. Chissà se il desiderio di dare più dignità alla sua morte è valso a qualcosa

Nonostante stia per iniziare il mio quinto anno africano mi accorgo di quanta ignoranza ancora mi separa da questa cultura, di quanti altri Isac incroceranno la mia strada senza che io possa fare qualcosa di utile e di quanto ancora non riesca a vedere i confini dell’enormità del dolore e dell’ingiustizia che la nostra gente soffre quotidianamente in silenzio.

Davvero se non si riesce a rivolgere lo sguardo verso Qualcosa di più grande, tutto perderebbe di senso.

Un abbraccio

Elena