Porta il nome di un coniglio selvatico. Ci sono voluti 45 anni per ammetterlo. Ma è solo una questione di tempo. Anche se la menzogna corre veloce è raggiunta dalla verità. La Francia ha effettuato 17 esperimenti nucleari nel deserto algerino. Portano il nome di un coniglio selvatico e solo cambia il colore. Gerboise bianco, rosso e verde. Una bandiera tenuta nascosta come le contaminazioni radioattive. Malformazioni congenite, aborti e malattie di diversa natura. Gli esprimenti atomici sotterranei hanno creato una menzogna nucleare.

Porta il nome di un otturatore di fucile a pietra focaia. Flintlock in inglese. L’esercitazione militare che si svolge in questi giorni nel Niger. Ne va della sicurezza dei potenti. Circa mille militari di una ventina di paesi. La Spagna, la Francia, la Gran Bretagna, l’Italia, i Paesi Bassi, gli Stati Uniti, la Norvegia, la Danimarca, il Canada, la Germania e 8 paesi africani. La lotta contro il terrorismo di matrice islamica giustifica questo e altro. Gli Stati Uniti hanno fatto di questa zona del Sahel una priorità. Si combatte da un lato ciò che si appoggia dall’altro. Non ci sono amici ma solo interessi.

Porta il nome di In Gall. Oasi a un centinaio di kilometri da Agadez nel nord del Niger. Famosa per i datteri che secondo la tradizione erano stato portati da un pellegrinaggio a Medina. Hanno denunciato la morte degli animali. Non lontano dalla città c’è una fabbrica che tratta il minerale di uranio. Il sindaco denuncia la morte sospetta di diverse decine di animali. Hanno utilizzato le acque che dalla fabbrica si disperdono nei campi. Anche i piccoli degli animali nascono prematuramente. Il sindaco teme che la stessa acqua, utilizzata dagli umani, possa portare gli stessi sintomi.

Porta il nome di Sahara e non è morto affatto. L’uranio 235 ha una mezza vita di circa 24 mila anni. La Francia ha eseguito anche esperimenti coi gas chimici per 15 anni. La Total vorrebbe poter trovare spazi per sfruttare il gas di scisto dalle rocce. Nel deserto c’è la flora, la fauna e gli umani che non contano. Non hanno mai ricevuto indenizzazioni o riconoscimento alcuno. La sabbia seppellisce e conserva come il sale. Ci sono eredità radioattive che la strategia atomica ha giustificato. De Gaulle aveva gridato al mondo la vittoria atomica. Una Francia più forte e più fiera.

Porta il nome di Mohammed. Il sindaco di In Gall è stato allertato dalla gente della zona di Azzelit. A 90 kilometri da In Gall dove in questi ultimi giorni sono morti gli animali della fattoria. I cadaveri degli animali sono stati visti nei dintorni della fabbrica. Gli animali dimagrisnono innaturalmente in ogni stagione dell’anno. Il sindaco chiede un’inchiesta sui fatti enunciati. Afferma di avere a questo contattato a questo proposito le autorità della fabbrica senza risultato. L’acqua si è fatta rara nella regione. Anche le piante di datteri arrivate da Al Medina sembrano soffrire malattie sconosciute.

Porta il nome di un otturatore di arma antica. Le guerre e le armi invecchiano in fretta. Esercitazioni militari e incontri del G5 del Sahel. La sicurezza armata non ha prezzo. Come il commercio di droga di cui l’Africa Occidentale è diventata produttore e consumatore. Ormai tutto si fabbrica. Anche i bambini poi venduti ai commercianti e soprattutto i poveri. Il petrolio è come la politica e si traffica coi migliori acquirenti sul mercato della dignità. I bidoni che arredano la città di Niamey si trasformano in eleganti pilastrini in cemento. Anch’esso armato come si conviene.

Porta il nome di Ninfea e consiste in campi militari. Si collezionano droni e altri sistemi di controllo militare. La sicurezza per chi detiene il potere e per chi vuole perpetuarlo. In Marocco e in Tunisia secondo indiscrezioni pubblicate di recente. Piante acquatiche che evocano paesaggi esotici. Le primavere arabe profumano a dollari che danzano con le monete raccomandate.Traditori del popolo che dalle piazze rincorrono la democrazia confiscata. Il futuro assomiglia al passato e il Sahel organizza tornei militari senza legittimità.

Porta il nome di Adolphe e arriva con una borsa da viaggio dal Centrafrica. Ha fame di un paese senza guerre e mangia un piatto di riso prima di dormire.

Gli dicono di partire in fretta. Dove si trovano stanno bene. Per raggiungerli basta poco. I cellulari ormai sono dappertutto. In Africa il verbo si è fatto parole nei telefonini. Manca l’acqua e il cibo scarseggia. La luce funziona a seconda delle ore del giorno. Le strade si perdono nella stagione delle pioggie. I cellulari si chiamano dai tralicci colorati delle compagnie private dei telefoni. Sono i nuovi paesaggi delle savane e delle foreste. Mamadou comunica con gli amici che gli chiedono di partire in fretta. Dove si trovano stanno bene. Cosa aspetta per andare. Allora Mamadou parte.

Mamadou non sapeva dei gendarmi, dei poliziotti, della guardia di finanza e delle forze armate di difesa. Non prevedeva che i soldi del viaggio sarebbero terminati ancora prima di cominciare. Non immaginava che il viaggio partiva lontano. Non sospettava che gli chiedessero i documenti col pretesto di sequestrarli al ritorno. Non credeva che dopo una strada ne cominciava un’altra e dopo un’altra ancora. Non pensava che l’Italia abitasse dietro un ciuffo di mare. Non calcolava la distanza. Non conosceva la lingua. Allora Mamadou non inseguiva la frontiera.

E’ partito dalla Guinea come quelli che gli dicono di partire in fretta. Ha sfogliato 23 anni con un sospiro di sollievo. La famiglia Diallo vive nella campagna e punta su di lui per non scomparire nella miseria. Altri l’hanno fatti prima di lui e altri ancora seguiranno. Cerca soldi e futuro nell’Italia del cellulare degli amici che si trovano bene. Mamadou ha speso la metà dei soldi che aveva messo da parte per il viaggio. L’altra metà l’hanno confiscata. I gendarmi, i poliziotti, la guardia di finanza e le forze armate di difesa l’hanno divisa come i ladroni la tunica.

L’Italia delle magliette e dello scudetto tricolore. L’Italia delle scarpe che non vanno da nessuna parte e l’Italia di Lampedusa che affonda. L’Italia dove c’è Roma e dove si trova la finestra del Papa. L’Italia della mafia e quella di Libera che semina le terre. L’Italia dei governi di tradimento nazionale e quella della squadra azzurra che va ai mondiali. L’Italia che non c’è ancora e quella che non c’è più. L’Italia di cui non si parla e L’Italia che finge di esistere. L’Italia del campionato e quella in panchina. L’Italia della Libia e quella di Totti. L’Italia di Mamadou e quella del cellulare.

Non sapeva la strada da seguire. Non prevedeva la stagione della polvere. Non immaginava di abitare in un ghetto ad Agadez. Non sospettava di dover tornare dove era partito. Non credeva che l’inizio fosse prossimo alla fine. Non pensava che doveva ricominciare a contare gli anni di prima. Non calcolava il tempo per sognare. Non conosceva nessuno a cui domandare. Non sapeva e non prevedeva. Non immaginava e non sospettava. Non credeva e non pensava. Non calcolava e non conosceva. Allora Mamadou non raggiungeva l’Italia.

Dice che nel suo paese si commercia col futuro. Ammette che il presidente non gli piace. Promette che farà di tutto per non tornare. Denuncia i politici come ladri. Giura che non tenterà più di partire. Crede nel dio che scrive il destino sulla sabbia quando c’è vento. Sogna di ritentare da un’altra parte complice la distrazione del tempo. Chiede di essere aiutato a non ricordare. Spera di trovare un giorno cosa cercare. Dice e ammette. Promette e denuncia. Giura e crede. Sogna e chiede. Allora Mamadou spera di raggiungere un giorno l’Italia.

Avventurieri. Esodanti. Illegali. Sommersi. Clandestini. Migranti. Pazzi. Insurgenti. Eretici. Utopisti. Respinti. Protagonisti. Incoscienti. Sciagurati. Criminali. Eroi. Trasgressori. Banditi. Resistenti. Perdenti. Cavalieri. Precursori. Rivelatori. Inutili. Viaggiatori. Invisibili. Naviganti. Pirati. Santi. Sopravvissuti. Falsari. Fuggitivi. Poeti. Erranti. Filibustieri. Provocatori. Detenuti. Trapezisti. Sfruttati. Militanti. Sognatori. Sovversivi. Complici. Trafficanti. Corsari.  Profeti.

Gli amici che gli dicono di partire in fretta. Cosa aspetta per andare. Allora Mamadou parte.

E’ arrivato in ritardo di qualche giorno. C’è voluto un parto cesareo per salvarlo dalle acque che si erano ammutinate attorno a lui. Sua madre Patricia aveva raggiunto Niamey al settimo mese di gravidanza. Benedict non sembrava motivato ad uscire e sua madre aveva smarrito il calendario. Patricia arriva giusto in tempo alla Maternità Centrale. Ora porta il nome di suo padre che è figlio di un pastore battista e di una madre improvvisata tra le guerre in Liberia. Benedict si è salvato per un soffio dalle acque come Mosè nel fiume Niger.

Non si sono salvati coloro che il deserto ha perduto. Alcune decine sono rimasti senz’acqua. La pista inseguita fuori mano per ingannare il destino. Il camion stanco di viaggiare di nascosto si è inceppato dalla disperazione. Passavano i giorni nell’attesa dell’acqua da bere e del pane da mangiare. Il deserto dell’Algeria allontana l’acqua per chi tenta di sedurla come un miraggio. La manna aveva cessato di cadere all’inizio della terra promessa. Mancava la roccia camminante e anche il bastone per generarla. L’ultima sorgente si era smarrita all’ombra del pozzo seccato.

Li hanno trovati com’erano. Creature di sabbia abbrustolita dal vento. Erano partiti insieme con l’acqua del viaggio come ostaggi di un sogno. I camion sono rapinatori addestrati dalla polvere lasciata alle spalle. Viaggiano di notte e si nascondono durante il giorno come la vita. 48 bambini sparsi dal vento e dalla vergognosa follia della politica. Si salvano negli ospedali e nelle statistiche perse del deserto lontano da Arlit. Lì avevano rapito alcuni francesi rilasciati da poco al prezzo di un riscatto dopo tre anni di trattative al ribasso. Con l’impunità ai rapitori come contorno.

Benedetto si chiama come suo padre. Aveva messo da parte qualcosa per Natale e tutto è partito nel regalo per lui. Passa per domandare l’aiuto per l’acquisto delle medicine delle farmacie che guadagnano bene. La salute è un affare non da poco. La metà dei funzionari del ministero della Sanitàè ancora in prigione. Gli altri gestiscono gli aiuti umanitari e le altre corruzioni di rito. Si dice bene di lui. Benedetto somiglia a suo padre che dalla Liberia e la Guinea era finito in Algeria passando dal Mali. Sono le rotte di chi insegue l’immaginario sbriciolato delle povertà.

Patricia chiede da bere. Hanno portato suo figlio nell’altra stanza e per ora non arriva il latte materno. E’ nata a Monrovia all’Elwa dove c’era la radio di Taylor. La Corte Penale Internazionale lo ha condannato a 50 anni di carcere per la sua implicazione nelle guerra incivile dei diamanti. Daouda è partito come Taylor dalla Sierra Leone e si è perso alla periferia di Algeri. Sopravvive giocando gratis e per sopravvivere si inventa muratore. Ora a Niamey vorrebbe imparare il francese per lavorare come parrucchiere. Il barbiere di Freetown in attesa che Mariam lo raggiunga.

Partono i bambini per non tornare dalle frontiere. Alcune decine di donne e qualche uomo perché non si sa mai. Morti dalla sete di un orizzonte che si allontana dalla sorgente. Il deserto perdona solo quelli che commerciano. Gli altri sono presi come ostaggi e inseguono quanto non cercano. Il fallimento della politica e la politica del fallimento. I controlli delle piste carovaniere che inseguono camion migranti perduti nella storia mai raccontata. In un raggio di 20 kilometri e in piccoli gruppi spesso sotto gli alberi. Una madre coi figli e altri gruppi di bambini abbandonati alla sabbia.

Anche Benedict è stato in Algeria ed è tornato col camion. L’ultimo figlio porta il suo nome. Gli altri due sono rimasti coi genitori anziani. Vorrebbero tornare uno dei prossimi Natali a causa della festa e non possono farlo a mani vuote. In Liberia Natale è l’unica festa che si rispetta quando si è lontani.L’amore della libertà ci ha portati qui. Sta scritto sulla bandiera dove galleggia una stella tra le onde americane. Erano morti da vari giorni sotto il sole. I droni servono a scovare i morti e a occultare i vivi. Benedetto non sa che porta il nome di suo padre.

Niamey, ottobre 2013

Corre incontro allo sconosciuto nel cortile d’imbarco delle corriere. Esther ha quattro anni dei quali la metà passati nel campo profughi e l’altra nascosta sotto una stella. Evasi dalla Costa d’Avoriodurante la guerra civile. Minacciati di ritorsioni nel campo profughi hanno scelto di nascondersi in Algeria. Ma quando sei nato non puoi più nasconderti. Lo diceva il film che racconta di migranti persi e salvati. Esther è il nome della stella che guida il ritorno di suo padre e sua madre. Corre e sorride con le treccine tenute insieme dagli elastici e dall’arcobaleno. Corre incontro e poi sorride lontano come fosse l’unico gioco che le interessa. Ha illuminato il deserto e tradito le frontiere.

Sua madre Nathalie è stata denudata davanti allo sposo. Le guardie dei confini l’hanno perquisita nelle parti intime.Cercavano i soldi del viaggio e l’occasione per disprezzare una donna dal nome cristiano. Nathalie, per ricordo di quel natale d’altro mondo che non torna neanche per sbaglio. Romaric, suo marito, è stato umiliato davanti alla figlia. Aveva lasciato il campo profughi perché la lista degli oppositori era pronta per lui. Di notte la gente spariva. Lui e altri dormivano nella foresta accanto. Stanco di nascondersi Romaric ha seguito il deserto dell’esilio. Senza la stella di Esther si sarebbe perso o avrebbe smesso di cercare. E allora decise di ricominciare dal mare.

Arriva col passamontagna e una leggera barba cresciuta col vento. Paul è il primo marinaio di professione che naviga nella sabbia. Ha frequentato l’Accademia Marittima Regionale di Accranel Ghana suo paese di origine. Si è imbarcato una volta sola su una nave da pesca che lo ha abbandonato al suo destino. Dopo anni di inutile attesa è partito nel Senegal come muratore. Senza paga fissa segue la vana promessa del datore di lavoro.Si trova nella polvere di Niamey da un mese o poco meno. Cambia la storia a seconda delle domande ed esibisce con cura il suo diploma plastificato. Paul magari torna domani al mare da cui non si era mai separato.

Sogna un veliero che lo porti lontano. Una famiglia povera che lo ha fatto studiare. Il resto del suo viaggio somiglia alla fuga dalla miseria senza raccomandazioni. Lavora chi ha contatti che contano o soldi da investire nella lotteria dell’impiego. Se ne vanno a migliaia rubando anni alla vita e vita agli anni. Il deserto insabbia il battello e allora sono i camion che solcano l’oceano. Paul avrebbe tanto desiderato navigare il mare. Per questo arreda la sua testa col berretto da nostromo. L’ultimo gabbiano che ha visto si è trasformato in farfalla migrante. Da buon marinaio racconta la verità che gli conviene per salpare domattina al primo canto del minareto.

Paul non è mai partito perché il suo tempo è rimasto incagliato in uno scoglio. I marinai promettono senza mantenere perché non c’era il guardiano del faro. Gli resta un biglietto di sola andata non rimborsabile come la vita. Altri quattro invece sono partiti tutti. Stanchi del Congo e della sua politica di eliminazione. Cercavano l’Europa che si allontana in Algeria. Ad Algeri il razzismo contro i neri si è fatto pane quotidiano. Non rimane loro che lavorare nei cantieri edili della capitale. Dormire dove e come capita. Al momento di pagare i padroni chiamano la polizia per denunciarli. Risparmiano il vitto, l’alloggio e il salario dei poveri che si vendono per un paio di sandali.

Sono salpati di buon’ora con Esther che si chiama anche Marie. Suo padre giura che un giorno sarà regina senza dirlo. Culla tra le braccia una bottiglia di plastica con l’acqua per il viaggio. La accarezza neanche fosse la corona che sua madre le ha prestato. La compagnia le regala il viaggio a causa dell’età. Marie Esther profitta per giocare a nascondino con la stella. Ha passato la metà della sua vita nel campo dei rifugiati. L’altra invece per inseguire una stella. Corre e sorride con le treccine tenute insieme dagli elastici e dall’arcobaleno. Domani tornerà di nuovo a specchiarsi nel mare. Come una regina.

Invisibili ma non troppo. Intrappolati dal destino e dalle reti metalliche che proteggono il paradiso di cartone. Gli schiavi non si contano. Quelli della fame sono i più numerosi. Oltre 800 milioni e cioè quasi una persona su sette che il nostro mondo finge di ricordare. Gli altri sono milioni di comparse nel dramma che arriva in ritardo sulla storia. In Asia ma anche in Africa dove la tradizione si perpetua nella modernità liquida che si specchia negli sbarchi.

I commmercianti di schiavi frequentano i salotti dei politici. Sono membri onorari dei consigli di amministrazione delle imprese. Si definiscono imprenditori delle economie sommerse dalla vergogna. Semplici cittadini che aderiscono alla svendita della dignità per un conto in banca. Sono i complici della tratta di umani che non si rassegnano alla scomparsa. Come nuovi re Mida trasformano in mercanzia quello che toccano. Prodotti da consumare in fretta sull’altare del profitto.

Le navi e gli aerei dei mercanti transitano sui muri di cinta delle civilizzazioni. Gli schiavi si moltiplicano creando nuovi scenari. Carni umane e bambini mai cresciuti. Clandestini nelle fabbriche dove si ruba la ricchezza di pochi. Lavorano per niente nelle piantagioni di caffè e di cacao sulla costa occidentale del continente africano. I bambini scavano l’oro nelle miniere per i gioielli delle signore in cerca di immortalità. La stagione degli schiavi non ha confini stabili.

Schiavi della paura e delle mode del momento. Schiavi per i debiti accumulati dal tempo. Schiavi perché venduti come prodotti sul mercato del lavoro. Schiavi dei circuiti del sesso a pagamento. Schiavi delle circostanze che cospirano per inventarli. Schiavi delle espropriazioni forzate delle terre. Schiavi degli investimenti delle risorse da esportare. Schiavi dei matrimoni dagli anni di un’infanzia appena cominciata. Schiavi delle leggi mai applicate. Schiavi delle notizie prezzolate.

I sistemi più liberali se ne servono. L’economia conta su di loro. Le ideologie li giustificano. Le religioni li consolano. I mercati li liquidano. Le agenzie li gestiscono. Gli Stati li ignorano. Le organizzazioni internazionali li raccomandano. Le imprese li scambiano. Le multinazionali li riproducono. Le associazioni umanitarie si arricchiscono. I trasporti li sfruttano. Le leggi fingono di non sapere. Le grandi marche scommettono su di loro per sopravvivere. Gli schiavi sono necessari.

Mammona è il dio che li raccomanda. Ogni epoca produce i suoi schiavi. Soffocati dalla brutalità del denaro che tutto avvolge e giustifica. Gli schiavi di oggi somigliano a quelli di ieri non fosse per alcuni dettagli organizzativi. La proprietà dei corpi è come quella sulla finanza. Le terre sono svendute ai contadini per produrre combustibili meno inquinanti delle coscienze. Senza quel dio gli schiavi avrebbero cessato da tempo di esistere. I libri di storia li avrebbero dimenticati nei musei.

La schiavitù comincia dagli occhi e si tramanda sui dizionari. Si impara a memoria nei libri di geografia delle scuole d’obbligo. Nelle università diventa oggetto di dibattito per specialisti. Gli schiavi sono assenti per mancanza di posti a sedere nelle tribune dei distinti. Nelle conferenze sul tema sono presi come assenti ostaggi. Nelle statistiche si citano come trascurabili danni collaterali. La schiavitù si nasconde nel pensiero dei filosofi e i teologi di morale.

Alcuni nascono schiavi e altri lo diventano senza saperlo. Schiavi delle armi e della droga. Schiavi della violenza e del potere. Bottino degli opinionisti di successo. Le catene sono state trasportate dal vento dal tempo della tratta atlantica e araba. Donne e bambini venduti come ostaggi della politica. La schiavitù non ha bandiera né nazionalità. Si confonde spesso con i traffici commerciali e le rotte dei migranti. La schiavitù si serve del silenzio complice della gente perbene.

Poi improvvisa venne la notte in cui gli schiavi liberarono la parola. Il giorno seguente alcuni si abbracciarono e le donne iniziarono a danzare.

Niamey, ottobre 2013

Sono attaccati con una corda alla zampa. Messi nel portabagagli dei taxi. Incastrati tra le gambe di chi conduce una moto cinese d’occasione. Trascinati in giro nella sabbia. I capri di Niamey fingono di non sapere che vivono le loro ultime ore. Una vita funzionale al sacrificio di questo giorno. La memoria del sacrificio di Abramo che all’ultimo momento sostituisce il figlio col capro. Questione di attimi e di circostanze. Isacco per alcuni e Ismaele per gli altri. I capri sanno e alcuni per solidarietà di classe cessano di nutrirsi. Altri resistono e si buttano a terra senza forza e voglia di camminare. Il traffico in città tiene il fiato per la preghiera del mattino. Poi inizieranno i sacrifici dei capri e la cottura collettiva eseguita ai bordi delle strade e nei cortili della capitale.

Sono a migliaia sparsi lungo i crocevia di accesso alla capitale. Tenuti insieme dall’incertezza e dalla paura dell’oggi. I capri costituiscono la ricchezza di alcuni e una sfida per altri. Ne va della dignità patriarcale e del buon nome della famiglia. Attorno a loro giacciono le cataste di legna grande e i fasci piccoli a prezzi ridotti come allo stadio. A seconda del luogo si vendono i coltelli con diversa impugnatura e non mancano i ‘machete’ per completare l’offerta. I sacrifici espiatori sono quelli che si trovano nelle politiche di tutti i giorni. Programmi di aggiustamento e debiti non rimborsabili accumulati dai potenti per perpetuarsi. Ad ogni sistema i suoi riti sacrificali. Quelli di Lampedusa assomigliano in questo a quelli di Niamey. Solo cambiano le vittime.

L’angelo Gabriele era arrivato appena in tempo perché Ibrahim evitasse di sacrificare Ismaele il figlio maggiore. Da allora nella storia umana i sacrifici di capri non sono mai stati interrotti. Le guerre e le deportazioni. I campi di detenzione e quelli di sterminio ne sono segno eloquente. I capri che ogni famiglia dovrebbe sacrificare saranno divisi in tre porzioni. Una parte del capro per essere consumata. L’altra per essere data in elemosina e l’ultima come regalo. Accade lo stesso con le vittime dei sistemi e degli imperi di sempre. Ci si divide il bottino e gli aiuti umanitari fanno il resto. Solo cambiano le proporzioni e le giustificazioni ideologiche. L’importante, come ricorda la festa della Tabaski, è dimostrare di obbedire a Dio.

Per chi obbedisce con cuore aperto un muro sarà edificato tra il credente e l’inferno. I muri  separano come  l’inferno separa l’acqua di mare dalla terra ferma. I prezzi dei capri sono aumentati e per questo i salari dei funzionari dello stato sono stati anticipati. Sono iniziati anche i pellegrinaggi alla Mecca che nell’Arabia Saudita è custodita e adorata quasi come il petrolio. La preghiera alla Grande Moschea di Niamey ha visto i rituali di sempre. Il presidente della repubblica affiancato dal presidente dell’assemblea nazionale. E in mezzo il primo ministro che non conta nulla nello scacchiere politico del paese. I primi sono ormai nemici accomunati dalla lotte per la prossima investitura presidenziale. La maggioranza parlamentare è in secca come il fiume Niger.

La sottomissione alla legge del mercato comincia a sgretolarsi. Anche ad Arlit c’è stata la marcia dei cinquemila che vogliono sopravvivere all’uranio di Areva. Denunciano che non sono disposti a continuare ad essere i capri espiatori dei guadagni della ditta francese. Circa 50 milioni di tonnellate di scorie radiottive e molte di più quelle commerciali. Ogni anno 20 milioni di metri cubi d’acqua vengono contaminati dalle operazioni di lavaggio del minerale. E la gente del posto vive come fanno i cittadini senza territorio. Sacrificati al sistema di accumulazione di menzogne globali. I capri costano caro e i prezzi variano a seconda degli acquirenti e delle occasioni. Abramo non avrebbe mai sospettato che il suo sacrificio di riserva sarebbe diventato fonte di speculazione.

Gabriele inviato a fermare il sacrificio di Ismaele o Isacco con la forza di Dio. Continuano gli altri sacrifici e i capri di Niamey sanno e non dicono nulla. Attaccati con la corda ad una zampa o alle corna per i più fortunati.  Fingono di non sapere. Alcuni di loro rifiutano di camminare e altri di mangiare l’ultima erba prima della preghiera alla Grande Moschea.

Festa della Tabaski, Ottobre 2013

Due piccole storie un flash sulla vita nella missione di Dosso (arcidiocesi di Niamey Niger)

Ummu non ha fatto in tempo a offrire la sua testimonianza! E’ venuta alla missione la mattina del 5 agosto. Pioggia battente, lei febbricitante e tremante dal freddo; protetta solo da un panno gonna e una maglietta leggera. Non si regge in piedi perchè da due giorni ha la febbre per una malaria trascurata, continua a vomitare, quindi non mangia.
Quando il Plasmodio della malaria si è ben moltiplicato e inizia lo sterminio dei globuli rossi non hai scampo: ‘dimagrisci’ a vista d’occhio fino ad entrare in coma! Chi ha un pò di peso resiste qualche settimana in più, ma se non prendi l’antimalarico vai inesorabilmente verso la morte. Se poi il Virus dell’AIDS ti ha raggiunto, per colpa tua o di altri, è tutto indifferente, ti spegni come una candela al vento, in un attimo.
Per Ummu è andata così!
Pur essendo alta non arrivava a 40 kili. Calogero l’ha presa in braccio; l’abbiamo portata al dispensario e poi a casa: una capanna cadente sotto il peso dell’acqua. Viveva con la mamma, del padre non sono riuscito a sapere nulla e probabilmente non si sa chi sia,
come spesso accade, e con il suo bambino di quasi tre anni che in questi giorni era ammalato.
La sera del giorno dopo, andando all’ospedale per far vista ad Elisabetta,l’infermiera mi dice che una ragazza di 18 anni di nome Ummu, è morta nella serata dopo aver passato la giornata all’accettazione.

Elisabetta morirà anche lei, a 20 anni, in seguito alle botte ricevute due notti prima.
‘Lavorava’ in un bar gestito da cristiani dei paesi vicini, è morta senza dire una parola oltre ai gemiti della sofferenza. Forse ha seguito quando ho pregato vicino a lei nelle due viste che le ho fatto.

Ummu invece ha ricevuto la preghiera alla Morgue, la camera mortuaria, ma avevamo pregato insieme almeno due volte, quando era arrivata alla missione la prima volta, chiedendo un aiuto per curare l’infezione e poi altre volte ancora. Nelle lacrime aveva raccontato come aveva iniziato a incontrare les garçons per il piacere.
Mentre raccontava a me e a Marie, che si occupa delle persone sieropositive e più vulnerabili, si vedevano le sue lacrime di tristezza e pentimento. Avrebbe voluto raccontare la sua storia in una riunione di circa 50 ragazzine per scoraggiarle e convincerle a non incominciare un cammino tragico.
Non ha potuto farlo ma sono certo che nel dialogo con Gesù, che aveva iniziato a conoscere, continua la sua opera dall’alto.

Nafisa, giovane vedova e mamma di due figli che le sono stati strappati dalla famiglia del marito a causa della sua povertà, è stata più fortunata, perchè un anno fa l’infermiera che l’ha curata per la sua infezione ed a cui ha raccontato la sua vita disordinata, le ha consigliato di venire alla missione e di raccontare la vita che conduceva.
Nafisa ha raccontato solo in queste settimane la sua vera storia, ma intanto, grazie al nostro aiuto ha potuto riprendere la scuola, la nostra seconda media, per arrivare al Brevetto. Ha smesso il vagabondage, come dicono qui. Deve ringraziare Ramatou, questa musulmana convinta che il père cattolico le avrebbe offerto “qualcosa di più” che il semplice supporto scolastico.

L’incontro con Ummu è stato una lezione di presa di coscienza della nostra limitatezza e spesso impotenza.
L’incontro con Nafisa, orientata dalla musulmana Ramatou, ci mostra come il Signore ha amici oltre le frontiere che noi mettiamo o che troviamo tra le religioni: i suoi operai hanno tanti nomi!