Cari amici,

questa volta il titolo é in portoghese… perché don Marco si ricorda questo slogan gridato tante volte a Rio de Janeiro nella passata Giornata Mondiale… vi scriviamo questo perché quello che vorremmo raccontarvi sono alcune esperienze che stiamo facendo in compagnia di giovani.

Si chiamano “missioni”. Cosa significa? Si invita un gruppo di giovani che per alcuni giorni, in generale una settimana, vivono in parrocchia e visitano le case di un quartiere o un paese invitando la gente e offrendo attivitá per bambini, adolescenti e adulti ispirate a una pagina del Vangelo.

Sono giovani che fanno parte di gruppi di formazione e impegno. Durante lo scorso marzo due gruppi della “Gioventú ignaziana” hanno fatto questo in Cardona e Nueva Helvecia. Sono alunni dell’Universitá Cattolica o ex alunni delle scuole dei Gesuiti che dedicano una settimana delle loro vacanze per aiutare una parrocchia. Un altro gruppo chiamato “Antorcha” (fiaccola) andrá nella Settimana Santa a Estación Gonzalez e nel paese di Malabrigo.

Cosa generano queste iniziative? In generale per una settimana accendono e entusiasmano il quartiere, danno una immagine di fede un po’ nuova e quindi aiutano molti a riavvicinarsi al Dio. Soprattutto danno una idea di Chiesa diversa: giovane, forte, missinaria, aperta, desiderosa di incontrare la gente. Sembra quasi contraddittorio in un contesto laicista come l’Uruguay incontrare gruppi convinti, determinati, arricchiti da una forte esperienza di fede e preghiera.

Sappiamo che alcuni giovani italiani verranno in Uruguay nel prossimo agosto per continuare questa opera di bene… giá stiamo aspettandovi!!! Nella valigia mettete fede, entusiasmo, pazienza insieme alle scarpe per camminare e alle magliette da cambiare sudate!!!

Pensiamo a tutti i giovani che – soprattuto ieri sera – hanno celebrato la GMG. Il papa gli ha recordato la prima beatitudine. Beati i poveri. In Uruguay la povertá piú grande é la perdita della fede e del senso delle cose… siamo sicuri che sapremo annunciarlo ancora una volta. Siamo “in missione per conto di Dio” proprio per questo. Grazie.

Don Federico, don Giancarlo, don Marco

 

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Ma dipende anche dal nostro impegno
recuperare la “gioia del vangelo”
e scoprire che io sono
una missione in questa terra.
Questo il senso delle Missioni Popolari
che la diocesi di S. José
si appresta a lanciare per rinnovare completamente
lo stile di essere Chiesa .

Carissime/i, ci risentiamo a Quaresima ormai iniziata, con un diverso clima spirituale e con tutto che ricomincia in Uruguay, dopo le lunghe vacanze e il carnevale.
Riprende la scuola, riappaiono i bambini, ci si organizza per il catechismo e la visita alle comunità torna ad essere più frequente.
Non vi nascondo un po’ di inquietudine perché la catechista di Gonzàlez mi ha detto che gli impegni familiari sono diventati più
gravosi e non sa se potrà continuare il suo servizio (e a chi lo chiedo?), perché gli Avventisti arrivano tutti i sabati a Malabrigo, la comunità più fragile, e hanno mezzi e attirano….e io mi scopro “ecumenico” solo a parole perché mi dà un gran fastidio e le nostre risorse umane sono pochissime… Mentalmente mi ripeto, come buon esercizio di Quaresima: “il campo è di Dio…il regno cresce come e quando lui vuole….siamo
semplici servitori…..vieni, Santo Spirito”.
Passando ad altro vi racconto che a metà febbraio, nella diocesi di San Josè, abbiamo tirato tutti un gran sospiro di sollievo quando papa Francesco ha nominato il nuovo arcivescovo di Montevideo. Uno dei candidati più gettonati era proprio il nostro vescovo Arturo, che gode di molta stima presso il Nunzio apostolico, e fino all’ultimo abbiamo temuto che lo cambiassero. Invece la scelta è caduta su mons. Sturla,
salesiano, persona stimata e preparata che da alcuni anni era ausiliare dell’arcivescovo della capitale. Meno male perché così può continuare il cammino pastorale che, come vi dicevo in altra occasione, si orienta a tentare l’esperienza delle Missioni popolari. Proprio in questi giorni a Cardona e a Nueva Helvetia, le parrocchie di Marco e Giancarlo, stanno facendo “missione” i gesuiti. Con gruppi di una ventina di studenti
universitari si istallano in un “barrio” per una settimana, visitano le case, organizzano attività con i bambini e i ragazzi, riflettono su un brano del vangelo con chi si riunisce e celebrano l’eucaristia. E questo una settimana, per tre anni, prima della Quaresima.
Ho assistito al primo giorno di missione e mi sembra proprio una bella attività. L’obiettivo è di smuovere il terreno e di preparare le condizioni perché nasca una piccola comunità di base che continui ad evangelizzare ed animare il barrio.
Il sogno che abbiamo a san Josè è ancora più ambizioso perché le Missioni Popolari, secondo il metodo che ha sperimentato in tanti anni un prete di Piacenza, don Luigi Mosconi, in più di cento diocesi del Brasile e in tante altre dell’America Latina, vorrebbero mettere tutta una parrocchia o una diocesi in “stato di missione”,per un periodo di tre o quattro anni, in modo che la dimensione missionaria della fede torni ad essere lo stile “normale” di ogni comunità cristiana. La grande sfida è quella di fare in modo che tutti gli agenti di pastorale (preti, catechisti, pastorale familiare, giovanile, sociale, caritas,..) e le persone che vorranno essere “missionarie” vivano il loro dono alla luce della missione di Gesù e aiutino la comunità a respirare in questa unica dimensione. Gli obiettivi delle Missioni Popolari sono diversi, secondo la realtà di ogni parrocchia. Ma ci sono alcuni risultati fondamentali che si vorrebbero raggiungere come il servizio alla persona, alla comunità cristiana e al territorio. Scoprendo tutto il bene che c’è nella vita della gente, ascoltando le domande e le preoccupazioni che inquietano ogni cuore umano, condividendo la propria esperienza i missionari e le missionarie cercheranno di aiutare le persone a scoprire che la vita è una “missione”, che
ogni vita è preziosa e non dipende dai successi ottenuti, che tutti sono importanti e hanno doni da condividere. Se ci saranno le condizioni, come frutto maturo di questo accompagnamento, si potrà annunciare come testimonianza personale che diventare discepoli di Gesù è la maniera più fantastica di trovare il senso e la forma della propria vita come missione. Le Missioni Popolari vorrebbero anche riattivare le parrocchie dando vita a una rete di piccole comunità nei vari settori, cellule di vita cristiana,solidali, ministeriali e missionarie, ancora più vicine alle case della gente e molto addentro ai problemi del territorio, per vivere la dimensione sociale del vangelo e rendere più degna e giusta la vita di tutti. E’ un grande sogno e una grande sfida che, per adesso, stiamo studiando per vedere se ci sono le condizioni per realizzarlo, adattandolo alla nostra realtà. Mi sembra che il livello di convinzione sia buono, per lo meno nei laici. Nel recente corso diocesano di formazione per catechiste/i il progetto delle Missioni Popolari é stato apprezzato e accolto con entusiasmo, soprattutto perché non si vede altro cammino nel nostro panorama pastorale un po’ appiattito.  C’è voglia di tornare alla “gioia del vangelo” perché ognuno scopra, come dice papa Francesco, che “io sono una missione in questa terra, e per questo sono al mondo”(EG,273).
Se le cose andranno per questo verso, vi terrò informati perché condividiate con noi questa nostra avventura.
Un abbraccio e buona Quaresima a tutte/i.

Don Federico

Cari amici di Missio Giovani Lodi,

ciao…

ho conosciuto il vostro sito ma soprattutto la vostra attivitá che é bellissima! Che dirvi? É stupendo trovare giovani che si interessano alla Missione “ad gentes” como esperienza di allenamento allo stile missionario della Chiesa che da anni la Chiesa sta cercando e che papa Francesco ricorda quasi ogni giorno. Vedendo il sito mi ricordavo delle parole del papa a Rio (ho avuto la fortuna di partecipare! Era la mia sesta GMG!): attraverso di voi entra il futuro!

Terminando i cosidetti convenevoli arriviamo in Uruguay. Come sapete é la ultima nata tra le esperienze della nostra Diocesi. Quattro giorni fa abbiamo compiuto due anni di presenza. Devo subito dirvi che é molto diverso da quello che ho letto sulle altre missioni. Uruguay non é un paese povero, forse uno tra i piú ricchi di latinoamerica. Come tutta latinoamerica vive il problema di una ripartizione diseguale delle ricchezze. Per il fatto che queste ultime non sono poche mentre poca é la gente (non piú di 3,5 miliioni di persone in un territorio grande come metá Italia) questo non arriva a livelli “problematici”. Detto in altre parole la gente mangia, si veste, cura la sua salute, puó permettersi qualche svago… non so se questo soddisfa, ci sono ricerche che dicono il contrario.

Se la povertá economica non é un problema vi sono moltissime altre povertá. La prima é quella religiosa. Da piú di un secolo il popolo Uruguayo riceve una educazione laica nel senso peggiore del termine. Giá i bambini sono educati nel razionalismo piú profondo e nell’indifferenza a tutto ció che é religioso. Tutto questo, sommato a una scarsa presenza di clero/religiose e laici impegnati nella pastorale e sommato alle grandi distanze ha generato un scarsa partecipazione alla “vita religiosa” . Dicono le indagini che l’80% degli Uruguaiani si dichiara cattolico e il numero di coloro che credono in Dio é molto piú alto non solo sommando le altre confessioni religiose (di tradizione storica legate alla migrazione come Valdensi e Metodisti, o pentecostali). Eppure quello che non succede – a differenza di altri paesi di latinoamerica come la vicina argentina – é che la gente partecipi alla vita della Chiesa e scelga di scandire il suo tempo (settimana, anno, vita) pensando a Dio.

Questo rende la nostra missione molto provocatoria per noi e per la gente che ci incontra. Mi spiego iniziando con il secondo punto.

La gente che ci incontra si rende conto che noi abbiamo una percezione diversa della fede, che crediamo nella “chiesa” come comunitá dei credenti che si aiutano l’uno all’altro nel credere e nel vivere…. si rendono conto che molte volte soffriamo vedendo le cappelle vuote… la nostra presenza é apprezzata anche nella sua piccolezza. Dico piccolezza perché non abbiamo attivitá grandi e socialmente significative almeno nel dato statistico…. peró dopo due anni posso dire che quello che facciamo per le persone é importante e il fatto stesso di esserci é importante. Mi spiego con un esempio. Un sabato sera ho lasciato Cardona (una delle due parrocchie dove lavoriamo) per andare a Nueva Helvecia (il nome dice molto) per un incontro con i giovani… salendo dalla Chiesa una signora mi dice: “Padre anche lei va a Nueva Helvecia! Ma qui non resta nessuno” (Giancarlo giá era lá per altre attivitá). Ho pensato a lungo a questa frase. Non c’era nessuna attivitá da “svolgere”, la “giornata pastorale” era finita in Cardona, in un altro posto – invece – c’era un gruppo che mi aspettava… che significa quindi questa frase? L’ho interpretata cosí: per noi sei importante solo perché ci sei, sappiamo che ci sei. Perdonatemi un paragone un po’ grande… ho avuto la fortuna di incontrare il Cardinal Carlo Maria Martini negli anni che ha vissuto a Gerusalemme dopo aver lasciato Milano e prima di ammalarsi. Mi ricordo che definiva la sua presenza nella cittá del Risorto cosí: “Sono una sentinella in orazione sulle mura della Cittá Santa”. Non poteva non rimanere nella mia memoria e nel mio cuore questa frase… io ho scelto di essere sacerdote nella Giornata Mondiale dell Gioventú delle Sentinelle del mattino… bene, credo che la nostra presenza sia un po’ questo…. qualcuno che stá! C´é! Sembra poco? Sicuro! Peró non é anche questa una grande tradizione missionaria penso a Charles de Foucault o ai missionari gesuiti che nel 600 arrivarono all’attuale Canadá (si vede che ero andato alla GMG di Toronto)… loro ci sono stati…

La situazione che vi ho descritto é anche una sfida per noi in molti sensi. Prima di tutto nel sostenere i pochi che partecipano che non sono sostenuti dal fatto che siamo molti, si fanno cose belle, cosí fan tutti etc. ma partecipano perché ci credono. Come sapete bene la fede é sempre qualcosa fragile… Soprattutto peró é una sfida per incontrare parole/gesti/ forme per annunciare il Vangelo a chi nemmeno pensa che possa essere una buona notizia per lui/lei! Sto capendo poco a poco come molte frasi, parole, immagini che ripeto non parlano a chi mi ascolta… sono “parole italiane” dette in spagnolo, sono le frasi con cui io sono stato evangelizzato peró dicono poco qua nel contesto che vi ho raccontato. Ecco quindi che siamo in ricerca… come annunciare il Vangelo qui? Come dire la “buona notizia” che libera e salva a chi – non dico non la vuole sentire – peró non pensa possa essere utile? Capite che é bello e provocante.

Termino. Se qua manca la fame e la povertá materiale non mancano altre povertá che credo siano una conseguenza piú o meno diretta della povertá religiosa. Ne elenco solo alcune. Casi frequenti di depressione, noia esistenziale che arrivano anche al suicidio (é il paese latinoamericano con il piú alto tasso). Forme di violenza di diverso tipo: familiare, di gruppo… pensate che l’altro ieri non sono riuscito a fare una catechesi perché gli adolescenti sono venuti tutti agitati perché nel “liceo” due ragazze si erano picchiate per un ragazzo che piace a a entrambe, al punto da lasciare sangue sul pavimento (o per lo meno cosí raccontano). Questo esempio introduce l’ultima povertá di cui vorrei parlarvi, forse la piú grande: quella affettiva. Con una rapiditá incredibile la struttura familiare é crollata negli ultimi dieci anni. Le storie sarebbero infinite: genitori soli che non hanno tempo per i figli, nuove coppie con figli di precedenti relazioni, madri adolescenti, prostituzione anche minorile e immaginate voi… questo mi sembra una delle ferite piú profonde della societá.

Spero di non avervi annoiato… per ora mi fermo… se avete domande, curiositá scrivetemi… questa lettera é solo il principio di una amicizia che sicuramente ci fará incontrare… magari in questo lato dell’Oceano…

MARCO