Lettera di Don Domenico – Ottobre 2013 – “Come la missione è vista dagli occhi della gente”

Due piccole storie un flash sulla vita nella missione di Dosso (arcidiocesi di Niamey Niger)

Ummu non ha fatto in tempo a offrire la sua testimonianza! E’ venuta alla missione la mattina del 5 agosto. Pioggia battente, lei febbricitante e tremante dal freddo; protetta solo da un panno gonna e una maglietta leggera. Non si regge in piedi perchè da due giorni ha la febbre per una malaria trascurata, continua a vomitare, quindi non mangia.
Quando il Plasmodio della malaria si è ben moltiplicato e inizia lo sterminio dei globuli rossi non hai scampo: ‘dimagrisci’ a vista d’occhio fino ad entrare in coma! Chi ha un pò di peso resiste qualche settimana in più, ma se non prendi l’antimalarico vai inesorabilmente verso la morte. Se poi il Virus dell’AIDS ti ha raggiunto, per colpa tua o di altri, è tutto indifferente, ti spegni come una candela al vento, in un attimo.
Per Ummu è andata così!
Pur essendo alta non arrivava a 40 kili. Calogero l’ha presa in braccio; l’abbiamo portata al dispensario e poi a casa: una capanna cadente sotto il peso dell’acqua. Viveva con la mamma, del padre non sono riuscito a sapere nulla e probabilmente non si sa chi sia,
come spesso accade, e con il suo bambino di quasi tre anni che in questi giorni era ammalato.
La sera del giorno dopo, andando all’ospedale per far vista ad Elisabetta,l’infermiera mi dice che una ragazza di 18 anni di nome Ummu, è morta nella serata dopo aver passato la giornata all’accettazione.

Elisabetta morirà anche lei, a 20 anni, in seguito alle botte ricevute due notti prima.
‘Lavorava’ in un bar gestito da cristiani dei paesi vicini, è morta senza dire una parola oltre ai gemiti della sofferenza. Forse ha seguito quando ho pregato vicino a lei nelle due viste che le ho fatto.

Ummu invece ha ricevuto la preghiera alla Morgue, la camera mortuaria, ma avevamo pregato insieme almeno due volte, quando era arrivata alla missione la prima volta, chiedendo un aiuto per curare l’infezione e poi altre volte ancora. Nelle lacrime aveva raccontato come aveva iniziato a incontrare les garçons per il piacere.
Mentre raccontava a me e a Marie, che si occupa delle persone sieropositive e più vulnerabili, si vedevano le sue lacrime di tristezza e pentimento. Avrebbe voluto raccontare la sua storia in una riunione di circa 50 ragazzine per scoraggiarle e convincerle a non incominciare un cammino tragico.
Non ha potuto farlo ma sono certo che nel dialogo con Gesù, che aveva iniziato a conoscere, continua la sua opera dall’alto.

Nafisa, giovane vedova e mamma di due figli che le sono stati strappati dalla famiglia del marito a causa della sua povertà, è stata più fortunata, perchè un anno fa l’infermiera che l’ha curata per la sua infezione ed a cui ha raccontato la sua vita disordinata, le ha consigliato di venire alla missione e di raccontare la vita che conduceva.
Nafisa ha raccontato solo in queste settimane la sua vera storia, ma intanto, grazie al nostro aiuto ha potuto riprendere la scuola, la nostra seconda media, per arrivare al Brevetto. Ha smesso il vagabondage, come dicono qui. Deve ringraziare Ramatou, questa musulmana convinta che il père cattolico le avrebbe offerto “qualcosa di più” che il semplice supporto scolastico.

L’incontro con Ummu è stato una lezione di presa di coscienza della nostra limitatezza e spesso impotenza.
L’incontro con Nafisa, orientata dalla musulmana Ramatou, ci mostra come il Signore ha amici oltre le frontiere che noi mettiamo o che troviamo tra le religioni: i suoi operai hanno tanti nomi!

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