Carissimi, parenti e amici,

Eccomi a Bangui esattamente da tre settimane. Quando ho lasciato l’Italia so che molti si domandavano che cosa ci andavo a fare nell’inferno della Repubblica Centrafricana, scossa da fenomeni di una violenza inaudita. Penso che abbiate capito, ormai, perché sono qui e perché ci tenevo tanto a tornarci.
Cerco di fare il punto con voi.
Per molti mesi era stata la Seleka, il movimento ribelle che aveva preso il potere a Bangui, a maggioranza mussulmana, ad infierire sui non mussulmani, a saccheggiare i loro beni e ad uccidere gratuitamente persone innocenti. Poi, a partire dai primi di dicembre, quando i francesi, arrivati nel frattempo, hanno cominciato a disarmare gli uomini della Seleka, sono saltati fuori gli antibalaka, mescolanza di civili che si erano organizzati in gruppi di autodifesa, di ex-militari di Bozizé (il presidente detronizzato) infiltrati per creare disordine e confusione giocando sulla discriminazione religiosa, e di banditi di ogni genere pronti a pescare nel torbido. Gli antibalaka hanno cominciato ad attaccare e a massacrare non solo i militari della Seleka, ma anche i civili mussulmani considerati tutti come alleati della Seleka. Si sono prodotti dei fatti assolutamente orribili. Non ne sono stato testimone io stesso, ma coloro che me ne hanno parlato l’hanno fatto con accenti così forti da farmi rabbrividire: persone intercettate sulla strada, semplicemente perché i loro tratti esteriori facevano pensare che fossero mussulmani, tagliate a pezzi con machete e armi bianche, bruciati … Qualche volta, anche, fatti estremi di cannibalismo … E’ così che i quartieri dove i mussulmani erano poco numerosi, sono stati ripuliti dalla loro presenza. Spesso le loro case e le loro moschee sono state distrutte, bruciate e rase al suolo.
Questo però ha creato dappertutto un clima di insicurezza, perché i quartieri a maggioranza mussulmana hanno reagito allo stesso modo, e là dove i mussulmani avevano armi se ne servivano per proteggersi e per aggredire. Di conseguenza più della metà degli 800000 abitanti di Bangui hanno abbandonato le loro case e si sono rifugiati in luoghi considerati come protetti, là dove le truppe africane della MISCA (Mission de Soutien à la Centrafrique), oppure i francesi della missione Sangaris assicuravano una certa presenza. Si è parlato di più di cento mila persone accampate intorno all’aeroporto Mpoko di Bangui, centinaia di migliaia accumulate nelle parrocchie, al vescovado, al seminario maggiore, o negli spazi intorno alle comunità religiose. Molti hanno abbandonato i loro quartieri e hanno raggiunto parenti e amici in quartieri considerati meno esposti. E’ così che una casa dove normalmente c’erano sette o otto persone, si è trovata stracolma di rifugiati, fino a più di cento persone.
E facile immaginare le conseguenze di tali situazioni: assenza di ogni confort anche per bambini e anziani, mancanza di cibo e di acqua pulita, mancanza di medicinali in caso di malattia, condizioni igieniche deplorabili … Quando le prime piogge sono giunte le cose sono peggiorate ancora!

Le case abbandonate sono diventate la preda facile di banditi di ogni risma. Sono state letteralmente svuotate di tutto, e poi i vandali hanno strappato anche porte e finestre, le lamiere e le travi dei tetti, i cavi elettrici e tutto quanto era commercializzabile.
E’ evidente che la distinzione mussulmano/cristiano in questi casi non funzionava più. Una casa abbandonata è una casa abbandonata, chiunque ne sia il proprietario, dunque un luogo per fare bottino.

Molti ciadiani, mussulmani e non, per il fatto di essere ciadiani sono stati presi di mira dagli antibalaka. Tra i ribelli della Seleka infatti c’erano molti mercenari ciadiani e i militari ciadiani che facevano parte delle truppe della CEEAC (Communauté Economique des Etats de l’Afrique Centrale), che avrebbero dovuto impedire l’arrivo della Seleka a Bangui, avevano avuto un comportamenti molto ambiguo, al punto che sono stati accusati di aver fraternizzato con i loro connazionali ribelli. Il Ciad ha mandato aerei e camion per rimpatriare i ciadiani che non si sentivano più sicuri a Bangui, anche se erano nati qui e se non avevano mai vissuto in Ciad.
Dei convogli di mussulmani, obbligati a fuggire la minaccia degli antibalaka, sono stati organizzati anche verso il Cameroun e la Nigeria. Degli aerei hanno riportato a casa senegalesi e maliani.

In concomitanza con tutto questo movimento di gente e apportando ogni volta accenti drammatici, ci giungevano le notizie delle violenze perpetrate dagli uomini della Seleka che stavano risalendo verso nord, verso il Ciad. Nelle città e nei villaggi che attraversavano, magari per vendicare i loro fratelli che subivano violenze a Bangui, rubavano, distruggevano e uccidevano.
Altre violenze hanno avuto luogo al sud, a circa 200 Km da Bangui …
Ci sono state scene disgustose qui a Bangui, all’uscita della città verso nord. I convogli dei fuggiaschi mussulmani, camion stracarichi di cose e di persone, sfilavano tra due ali di popolo che li insultava e, quando dei bagagli cadevano a terra erano subito ghermiti dalla folla. Quand’era una persona che cadeva, non le restava più che di raccomandare la sua anima al buon Dio!

La situazione rimane ancora molto precaria. E’ senz’altro per questo che i francesi hanno deciso di aumentare il loro effettivo di altri quattro cento uomini. L’unione europea si propone di mandare mille uomini in sostegno all’azione dei francesi e a quella delle truppe africane, che dovrebbero pure loro vedere il loro effettivo aumentato.
La recente visita del ministro della difesa francese, che ha circolato per tre giorni nella regione, ha permesso di precisare che l’obiettivo immediato da raggiungere è la neutralizzazione degli antibalaka. C’è anche una volontà affermata di tradurre davanti a un tribunale tutti coloro, Seleka o Antibalaka, che hanno commesso crimini contro i diritti umani.

E le autorità centrafricane in tutto questo? Non saprei ancora apprezzare la loro capacità di promuovere azioni efficaci. E chiaro che non possono agire che appoggiandosi sui contingenti armati stranieri. L’esercito centrafricano non è ancora stato rimesso in piedi e neppure le altre forze di polizia e di gendarmeria.
Se devo essere sincero devo ammettere che non credo molto che le autorità attuali possano ottenere risultati brillanti. Si ha l’impressione che nonostante tutto sono sempre le stesse persone che muovono le leve del potere, anche se in passato non hanno mostrato capacità geniali, anche quando sono state dimesse dalle loro funzioni per grossi errori professionali. Non sono queste le persone nuove che possono condurre a risultati nuovi. Speriamo che mi sbagli e che, fra qualche settimana, vi possa dare un’altra opinione.

La speranza è alimentata dall’interesse crescente delle istanze internazionali per quanto succede in questo paese. Forse non è tanto la compassione per la sofferenza delle popolazioni centrafricane che motiva quest’interesse, ma la volontà di non lasciare che anche la RCA divenga una nuova Somalia, un nido per islamisti.
Per noi, il motivo della nostra speranza, è proprio l’immensa sofferenza di questo popolo, non solo dei cristiani ma anche dei mussulmani e di tutti, qualunque sia la loro religione. Tanta sofferenza non può lasciare indifferente il cuore di Dio. Prima o poi, per la misericordia di Dio, questa passione diventerà redentrice.

Un caldo abbraccio a tutti.
P. Dorino Livraghi sj

Porta il nome di un coniglio selvatico. Ci sono voluti 45 anni per ammetterlo. Ma è solo una questione di tempo. Anche se la menzogna corre veloce è raggiunta dalla verità. La Francia ha effettuato 17 esperimenti nucleari nel deserto algerino. Portano il nome di un coniglio selvatico e solo cambia il colore. Gerboise bianco, rosso e verde. Una bandiera tenuta nascosta come le contaminazioni radioattive. Malformazioni congenite, aborti e malattie di diversa natura. Gli esprimenti atomici sotterranei hanno creato una menzogna nucleare.

Porta il nome di un otturatore di fucile a pietra focaia. Flintlock in inglese. L’esercitazione militare che si svolge in questi giorni nel Niger. Ne va della sicurezza dei potenti. Circa mille militari di una ventina di paesi. La Spagna, la Francia, la Gran Bretagna, l’Italia, i Paesi Bassi, gli Stati Uniti, la Norvegia, la Danimarca, il Canada, la Germania e 8 paesi africani. La lotta contro il terrorismo di matrice islamica giustifica questo e altro. Gli Stati Uniti hanno fatto di questa zona del Sahel una priorità. Si combatte da un lato ciò che si appoggia dall’altro. Non ci sono amici ma solo interessi.

Porta il nome di In Gall. Oasi a un centinaio di kilometri da Agadez nel nord del Niger. Famosa per i datteri che secondo la tradizione erano stato portati da un pellegrinaggio a Medina. Hanno denunciato la morte degli animali. Non lontano dalla città c’è una fabbrica che tratta il minerale di uranio. Il sindaco denuncia la morte sospetta di diverse decine di animali. Hanno utilizzato le acque che dalla fabbrica si disperdono nei campi. Anche i piccoli degli animali nascono prematuramente. Il sindaco teme che la stessa acqua, utilizzata dagli umani, possa portare gli stessi sintomi.

Porta il nome di Sahara e non è morto affatto. L’uranio 235 ha una mezza vita di circa 24 mila anni. La Francia ha eseguito anche esperimenti coi gas chimici per 15 anni. La Total vorrebbe poter trovare spazi per sfruttare il gas di scisto dalle rocce. Nel deserto c’è la flora, la fauna e gli umani che non contano. Non hanno mai ricevuto indenizzazioni o riconoscimento alcuno. La sabbia seppellisce e conserva come il sale. Ci sono eredità radioattive che la strategia atomica ha giustificato. De Gaulle aveva gridato al mondo la vittoria atomica. Una Francia più forte e più fiera.

Porta il nome di Mohammed. Il sindaco di In Gall è stato allertato dalla gente della zona di Azzelit. A 90 kilometri da In Gall dove in questi ultimi giorni sono morti gli animali della fattoria. I cadaveri degli animali sono stati visti nei dintorni della fabbrica. Gli animali dimagrisnono innaturalmente in ogni stagione dell’anno. Il sindaco chiede un’inchiesta sui fatti enunciati. Afferma di avere a questo contattato a questo proposito le autorità della fabbrica senza risultato. L’acqua si è fatta rara nella regione. Anche le piante di datteri arrivate da Al Medina sembrano soffrire malattie sconosciute.

Porta il nome di un otturatore di arma antica. Le guerre e le armi invecchiano in fretta. Esercitazioni militari e incontri del G5 del Sahel. La sicurezza armata non ha prezzo. Come il commercio di droga di cui l’Africa Occidentale è diventata produttore e consumatore. Ormai tutto si fabbrica. Anche i bambini poi venduti ai commercianti e soprattutto i poveri. Il petrolio è come la politica e si traffica coi migliori acquirenti sul mercato della dignità. I bidoni che arredano la città di Niamey si trasformano in eleganti pilastrini in cemento. Anch’esso armato come si conviene.

Porta il nome di Ninfea e consiste in campi militari. Si collezionano droni e altri sistemi di controllo militare. La sicurezza per chi detiene il potere e per chi vuole perpetuarlo. In Marocco e in Tunisia secondo indiscrezioni pubblicate di recente. Piante acquatiche che evocano paesaggi esotici. Le primavere arabe profumano a dollari che danzano con le monete raccomandate.Traditori del popolo che dalle piazze rincorrono la democrazia confiscata. Il futuro assomiglia al passato e il Sahel organizza tornei militari senza legittimità.

Porta il nome di Adolphe e arriva con una borsa da viaggio dal Centrafrica. Ha fame di un paese senza guerre e mangia un piatto di riso prima di dormire.

Lodigiana D.O.C., dopo aver passato 3 anni e mezzo in Cambogia come volontaria per l’ALP (Associazione laici PIME) sono tornata in Italia nel 2009, e dopo 4 anni, il mese scorso, ecco il ritorno in Cambogia, stavolta dopo aver scelto di fare della missione la mia Vita. Il mio lavoro vero e proprio non è ancora cominciato, ma ci tengo a mandarvi qualche notizia gioiosa, perché Africa, Asia, America Latina non sono solo povertà e fatica, ma anche piccole e grandi gioie nella vita quotidiana.E una delle gioie più belle è quella del giorno del matrimonio.

Sabato scorso ho partecipato al matrimonio di Chenna e Sinaet.

Chenna è un ragazzo cambogiano di 28 anni, secondo di 4 fratelli. Alcuni di voi possono anche averlo conosciuto, perché nel maggio 2009 è arrivato a Milano per accompagnare Ranon, il fratello malato di leucemia, perché fosse curato. Nei 9 mesi di cura e convalescenza del fratello Chenna gli è stato accanto, ma ha avuto anche il tempo di imparare l’italiano, di partecipare a iniziative qui in Italia, di conoscere amici e di farsi volere bene da tutti, con la discrezione che lo caratterizza. Una volta guarito Ranon e tornati in Cambogia, Chenna ha ripreso e terminato gli studi universitari di Informatica ed ha cominciato a bazzicare al centro per malati S. Elisabetta, aiutando quando c’erano problemi con i computer. Il centro per malati S. Elisabetta (http://www.camtome.it/2013/03/21/i-care-ostelli-per-malati-2/), si trova a Phnom Penh la capitale della Cambogia, ed è appunto un centro che si occupa di accoglienza e servizio ai malati più poveri, indirizzandoli verso gli ospedali più adeguati e dando loro vitto, alloggio e assistenza durante il soggiorno in capitale per le cure. E poi la vita ha portato a Chenna delle belle sorprese! L’aiuto tecnico al centro S. Elisabetta si è trasformato con gli anni in una passione per i malati che lo ha portato a voler studiare Infermieristica, ma la sorpresa più bella per tutti è stato l’affetto nato tra Chenna e Sinaet, anche lei dipendente del centro per malati. Sinaet, laureata in contabilità, prima di 6 fratelli, ha cominciato a lavorare per il progetto di assistenza ai malati fin dai primi inizi, nel 2007, come responsabile della contabilità appunto. Ha visto il progetto crescere e con il progetto è cresciuta la sua passione e cura per i malati, così che anche lei ha maturato il desiderio di studiare Infermieristica. Così sia Chenna che Sinaet oggi lavorano al centro S. Elisabetta da lunedì al venerdì, mentre il sabato e la domenica studiano Infermieristica all’Università. E il bene che si vogliono è stato proprio chiaro a tutti durante il giorno del loro matrimonio! Si sono sposati sabato scorso e la gioia è stata grande soprattutto perchè anche Ranon (ora sano come un pesce) che al momento sta studiando in Italia all’Accademia di Brera (abbiamo tra noi in Italia un artista cambogiano!!), ha potuto essere presente alla cerimonia per una serie di “fortunate” coincidenze.

Secondo la tradizione cambogiana la giornata del matrimonio è cominciata presto anche per tutti gli ospiti: alle 6.30 del mattino c’è stata la processione dei doni. Amici e parenti si sono radunati nei pressi della casa della sposa e vi si sono diretti in processione, dietro lo sposo, portando frutti e doni, simbolo dei beni che la famiglia del futuro marito fa alla futura moglie. Raggiunta la casa della sposa i genitori dello sposo si incontrano fuori della casa della sposa per chiedere ufficialmente la mano della sposa. Una volta avuto il permesso lo sposo entra nella casa della sposa per incontrarla e iniziano così i riti veri e proprio del matrimonio. È il momento del rito del taglio dei capelli: i genitori prima e poi gli amici e i parenti, a turno a due a due, con in mano forbici e pettine tagliano i capelli (ma è solo per finta!) ai due sposi, e questo simboleggia l’inizio di una nuova vita per la nuova coppia, che si lascia alle spalle il passato. Dopo un cambio di vestiti (durante la giornata gli sposi si sono cambiati vestiti per ben 6 volte), è il momento del rito dei braccialetti: ancora una volta genitori, amici e parenti sono coinvolti nel rito legando dei braccialetti rossi ai polsi degli sposi, e il gesto, che vuole essere un augurio di felicità e di bene, è accompagnato da una busta con dei soldi che viene donata agli sposi. Dopo un’ulteriore cambio di vestiti è venuta l’ora della cerimonia cattolica in chiesa, con rigorosissimo vestito bianco per entrambe. A concludere pranzo insieme, divisi in tavoli rotondi da 10.

Che dire? Per chi ha avuto la fortuna di esserci è stata una giornata proprio bella, e per chi non è potuto esserci speriamo che questo racconto possa almeno darvi un’assaggio della bellezza e della gioia che in qualsiasi latitudine del mondo si sperimenta quando due persone si vogliono bene.

Valeria

 

Carissimi amici, parenti e persone che vi interessate al mio lavoro,

vi scrivo da Gallarate, dove si trova la comunità religiosa gesuita alla quale appartengo quando vengo in Italia, per augurarvi un Santo Natale felice e benedetto da Dio.

Questo pomeriggio ho deciso di farmi un regalo, mi sono accordato sei giorni di silenzio e di preghiera per meglio prepararmi al Natale e per cercare presso il buon Dio luce e grazie per me, per voi e per tutti coloro che mi sono cari a Bangui e nella Repubblica Centrafricana.

Avrei voluto essere già a Bangui. Avevo preso un biglietto per il 17/12/13. Ma poi, i medici mi hanno chiesto di rimandare la partenza di un mesetto, al fine di poter verificare se l’operazione chirurgica fatta recentemente è andata bene. Sono dunque ancora nel freddo italiano, anche se il cuore è già a Bangui.

E a Bangui fa molto caldo! Non parlo della temperatura ambiente, ma della situazione disastrosa che il paese sta attraversando da una decina di mesi. Nei giorni scorsi anche alcuni mezzi di informazione italiani hanno evocato la violenza che si è scatenata nella capitale della RCA e nell’insieme del paese. Ciò che rende la situazione più tragica è il fatto che, nonostante gli sforzi di vescovi, pastori protestanti e imam mussulmani, per affermare che non si tratta di un conflitto religioso tra cristiani e mussulmani, di fatto questa connotazione prende sempre più piede. Anche là dove da decine d’anni cristiani e mussulmani hanno sempre vissuto insieme pacificamente, rischiano di trovarsi in guerra gli uni contro gli altri. E’ chiaro che c’è gente che soffia sul fuoco e che fa di tutto per inasprire il conflitto.

Da una settimana circa 1600 militari francesi sono sbarcati in RCA con la missione di pacificare la capitale e l’insieme del paese, appoggiando in questo i 6000 uomini delle truppe africane della MISCA (Mission Internationale de soutien à la Centrafrique), che non sono ancora al completo. Gli abitanti di Bangui attendono molto dall’intervento dei francesi e hanno fiducia nella loro efficacia. Ma il compito di questi soldati è molto difficile. Tanto i ribelli che hanno preso il potere, i Seleka, quanto i gruppi di autodifesa, gli anti-balaka (anti-machete) non vogliono deporre le armi e oppongono resistenza. Già almeno due francesi sono stati uccisi.

A Bangui i miei confratelli si sono già mobilizzati per un lavoro di sensibilizzazione in favore della pace e della riconciliazione tra cristiani e mussulmani e tra tutti i centrafricani.

Unitevi alla mia e alla nostra preghiera per ottenere dal ‘Dio con noi’, l’Emmanuele, la riconciliazione e la pace, per un popolo che da lunghi mesi sta vivendo una vera passione e non cessa di contare i suoi morti.

Da che sono in Italia, ho ricevuto molti segni di simpatia e comprensione, e molte persone mi hanno dato aiuti generosi. A tutti e a ciascuno dico un grazie sincero. Anche se la mia memoria non mi permette di ricordarmi di tutti, sappiate tuttavia che vi affido tutti alla memoria del buon Dio. Lui non dimentica e, senz’altro, ricambia generosamente i vostri gesti.

Un caloroso augurio di Natale e di Buon Anno a tutti, che sarò felice di rinnovarvi se avrò ancora l’occasione di incontrarvi.

Un abbraccio a tutti.

P. Dorino Livraghi sj

Carissimi,

dopo i vari attacchi dei mesi di ottobre e novembre il 20 di novembre si sono svolte le elezioni amministrative in un clima apparentemente tranquillo anche se, di fatto, in quel giorno le strade erano deserte. L’affluenza alle urne è stata bassissima (si parla di meno del 50%) e, naturalmente, 50 dei 53 municipi (inclusa Nacala e Isola del Mozambico) sono andati al partito Frelimo. Dei tre rimanenti Beira e Quelimane son andati al MDM (non senza confusioni, morti e feriti) mentre a Nampula le elezioni sono state rimandate a domenica 1 dicembre a causa della dimenticanza del nome di un candidato sulle schede elettorali. Palesi ed evidenti i brogli in alcuni municipi (Gurué e Mocuba) dove, addirittura, i reporter radiofonici e televisivi sono stati “invitati” a non comunicare l’esito dello scrutinio che era a favore del MDM fino all’aggiustamento dei voti! All’Isola del Mozambico alla fine le schede votate erano in numero maggiore dei votanti….. e cosí altre mille irregolarità che sono sotto gli occhi di tutti! Per il resto il governo ha rifiutato l’intervento di forze internazionali per la mediazione della tensione politico-militare adducendo che il conflitto in atto puó essere risolto all’interno del paese. Ciò in risposta alle condizioni poste dal lider dell’opposizione Djakhama, (rimasto col suo partito Renamo fuori dalle elezioni) che ha chiesto, per sedere ad un tavolo di trattative, una scorta e l’intervento di osservatori nazionali ed internazionali. Insomma al momento niente di risolto anzi, la tensione sará destinata ad aumentare in vista delle elezioni presidenziali del 2014. Sono state pubblicate su alcune riviste delle lettere fortissime e fondate contro un Presidente che sta spudoratamente pensando ad arricchirsi il più possibile prima di uscire di scena come Presidente e rientrare dalla finestra come Segretario di partito, figura a cui opportuni aggiustamenti costitutivi danno quasi più potere che al Presidente!

Ecco…. Questo è il nostro scenario in questi giorni.

La notizia buona è che da ieri è iniziato a piovere e anche in questo momento sta piovendo! Non so se saranno giá piogge regolari ma la gente, dopo la scarsità di acqua dello scorso anno, ne aveva un bisogno enorme (inclusa la nostra missione che, tanto per cambiare, da un mesetto è senza acqua!!!).

Grazie per la preghiera, grazie per l’affetto. Vi scriverò presto. Un abbraccio a tutti.

Elena

Gli dicono di partire in fretta. Dove si trovano stanno bene. Per raggiungerli basta poco. I cellulari ormai sono dappertutto. In Africa il verbo si è fatto parole nei telefonini. Manca l’acqua e il cibo scarseggia. La luce funziona a seconda delle ore del giorno. Le strade si perdono nella stagione delle pioggie. I cellulari si chiamano dai tralicci colorati delle compagnie private dei telefoni. Sono i nuovi paesaggi delle savane e delle foreste. Mamadou comunica con gli amici che gli chiedono di partire in fretta. Dove si trovano stanno bene. Cosa aspetta per andare. Allora Mamadou parte.

Mamadou non sapeva dei gendarmi, dei poliziotti, della guardia di finanza e delle forze armate di difesa. Non prevedeva che i soldi del viaggio sarebbero terminati ancora prima di cominciare. Non immaginava che il viaggio partiva lontano. Non sospettava che gli chiedessero i documenti col pretesto di sequestrarli al ritorno. Non credeva che dopo una strada ne cominciava un’altra e dopo un’altra ancora. Non pensava che l’Italia abitasse dietro un ciuffo di mare. Non calcolava la distanza. Non conosceva la lingua. Allora Mamadou non inseguiva la frontiera.

E’ partito dalla Guinea come quelli che gli dicono di partire in fretta. Ha sfogliato 23 anni con un sospiro di sollievo. La famiglia Diallo vive nella campagna e punta su di lui per non scomparire nella miseria. Altri l’hanno fatti prima di lui e altri ancora seguiranno. Cerca soldi e futuro nell’Italia del cellulare degli amici che si trovano bene. Mamadou ha speso la metà dei soldi che aveva messo da parte per il viaggio. L’altra metà l’hanno confiscata. I gendarmi, i poliziotti, la guardia di finanza e le forze armate di difesa l’hanno divisa come i ladroni la tunica.

L’Italia delle magliette e dello scudetto tricolore. L’Italia delle scarpe che non vanno da nessuna parte e l’Italia di Lampedusa che affonda. L’Italia dove c’è Roma e dove si trova la finestra del Papa. L’Italia della mafia e quella di Libera che semina le terre. L’Italia dei governi di tradimento nazionale e quella della squadra azzurra che va ai mondiali. L’Italia che non c’è ancora e quella che non c’è più. L’Italia di cui non si parla e L’Italia che finge di esistere. L’Italia del campionato e quella in panchina. L’Italia della Libia e quella di Totti. L’Italia di Mamadou e quella del cellulare.

Non sapeva la strada da seguire. Non prevedeva la stagione della polvere. Non immaginava di abitare in un ghetto ad Agadez. Non sospettava di dover tornare dove era partito. Non credeva che l’inizio fosse prossimo alla fine. Non pensava che doveva ricominciare a contare gli anni di prima. Non calcolava il tempo per sognare. Non conosceva nessuno a cui domandare. Non sapeva e non prevedeva. Non immaginava e non sospettava. Non credeva e non pensava. Non calcolava e non conosceva. Allora Mamadou non raggiungeva l’Italia.

Dice che nel suo paese si commercia col futuro. Ammette che il presidente non gli piace. Promette che farà di tutto per non tornare. Denuncia i politici come ladri. Giura che non tenterà più di partire. Crede nel dio che scrive il destino sulla sabbia quando c’è vento. Sogna di ritentare da un’altra parte complice la distrazione del tempo. Chiede di essere aiutato a non ricordare. Spera di trovare un giorno cosa cercare. Dice e ammette. Promette e denuncia. Giura e crede. Sogna e chiede. Allora Mamadou spera di raggiungere un giorno l’Italia.

Avventurieri. Esodanti. Illegali. Sommersi. Clandestini. Migranti. Pazzi. Insurgenti. Eretici. Utopisti. Respinti. Protagonisti. Incoscienti. Sciagurati. Criminali. Eroi. Trasgressori. Banditi. Resistenti. Perdenti. Cavalieri. Precursori. Rivelatori. Inutili. Viaggiatori. Invisibili. Naviganti. Pirati. Santi. Sopravvissuti. Falsari. Fuggitivi. Poeti. Erranti. Filibustieri. Provocatori. Detenuti. Trapezisti. Sfruttati. Militanti. Sognatori. Sovversivi. Complici. Trafficanti. Corsari.  Profeti.

Gli amici che gli dicono di partire in fretta. Cosa aspetta per andare. Allora Mamadou parte.

Cari amici di Missio Giovani Lodi,

ciao…

ho conosciuto il vostro sito ma soprattutto la vostra attivitá che é bellissima! Che dirvi? É stupendo trovare giovani che si interessano alla Missione “ad gentes” como esperienza di allenamento allo stile missionario della Chiesa che da anni la Chiesa sta cercando e che papa Francesco ricorda quasi ogni giorno. Vedendo il sito mi ricordavo delle parole del papa a Rio (ho avuto la fortuna di partecipare! Era la mia sesta GMG!): attraverso di voi entra il futuro!

Terminando i cosidetti convenevoli arriviamo in Uruguay. Come sapete é la ultima nata tra le esperienze della nostra Diocesi. Quattro giorni fa abbiamo compiuto due anni di presenza. Devo subito dirvi che é molto diverso da quello che ho letto sulle altre missioni. Uruguay non é un paese povero, forse uno tra i piú ricchi di latinoamerica. Come tutta latinoamerica vive il problema di una ripartizione diseguale delle ricchezze. Per il fatto che queste ultime non sono poche mentre poca é la gente (non piú di 3,5 miliioni di persone in un territorio grande come metá Italia) questo non arriva a livelli “problematici”. Detto in altre parole la gente mangia, si veste, cura la sua salute, puó permettersi qualche svago… non so se questo soddisfa, ci sono ricerche che dicono il contrario.

Se la povertá economica non é un problema vi sono moltissime altre povertá. La prima é quella religiosa. Da piú di un secolo il popolo Uruguayo riceve una educazione laica nel senso peggiore del termine. Giá i bambini sono educati nel razionalismo piú profondo e nell’indifferenza a tutto ció che é religioso. Tutto questo, sommato a una scarsa presenza di clero/religiose e laici impegnati nella pastorale e sommato alle grandi distanze ha generato un scarsa partecipazione alla “vita religiosa” . Dicono le indagini che l’80% degli Uruguaiani si dichiara cattolico e il numero di coloro che credono in Dio é molto piú alto non solo sommando le altre confessioni religiose (di tradizione storica legate alla migrazione come Valdensi e Metodisti, o pentecostali). Eppure quello che non succede – a differenza di altri paesi di latinoamerica come la vicina argentina – é che la gente partecipi alla vita della Chiesa e scelga di scandire il suo tempo (settimana, anno, vita) pensando a Dio.

Questo rende la nostra missione molto provocatoria per noi e per la gente che ci incontra. Mi spiego iniziando con il secondo punto.

La gente che ci incontra si rende conto che noi abbiamo una percezione diversa della fede, che crediamo nella “chiesa” come comunitá dei credenti che si aiutano l’uno all’altro nel credere e nel vivere…. si rendono conto che molte volte soffriamo vedendo le cappelle vuote… la nostra presenza é apprezzata anche nella sua piccolezza. Dico piccolezza perché non abbiamo attivitá grandi e socialmente significative almeno nel dato statistico…. peró dopo due anni posso dire che quello che facciamo per le persone é importante e il fatto stesso di esserci é importante. Mi spiego con un esempio. Un sabato sera ho lasciato Cardona (una delle due parrocchie dove lavoriamo) per andare a Nueva Helvecia (il nome dice molto) per un incontro con i giovani… salendo dalla Chiesa una signora mi dice: “Padre anche lei va a Nueva Helvecia! Ma qui non resta nessuno” (Giancarlo giá era lá per altre attivitá). Ho pensato a lungo a questa frase. Non c’era nessuna attivitá da “svolgere”, la “giornata pastorale” era finita in Cardona, in un altro posto – invece – c’era un gruppo che mi aspettava… che significa quindi questa frase? L’ho interpretata cosí: per noi sei importante solo perché ci sei, sappiamo che ci sei. Perdonatemi un paragone un po’ grande… ho avuto la fortuna di incontrare il Cardinal Carlo Maria Martini negli anni che ha vissuto a Gerusalemme dopo aver lasciato Milano e prima di ammalarsi. Mi ricordo che definiva la sua presenza nella cittá del Risorto cosí: “Sono una sentinella in orazione sulle mura della Cittá Santa”. Non poteva non rimanere nella mia memoria e nel mio cuore questa frase… io ho scelto di essere sacerdote nella Giornata Mondiale dell Gioventú delle Sentinelle del mattino… bene, credo che la nostra presenza sia un po’ questo…. qualcuno che stá! C´é! Sembra poco? Sicuro! Peró non é anche questa una grande tradizione missionaria penso a Charles de Foucault o ai missionari gesuiti che nel 600 arrivarono all’attuale Canadá (si vede che ero andato alla GMG di Toronto)… loro ci sono stati…

La situazione che vi ho descritto é anche una sfida per noi in molti sensi. Prima di tutto nel sostenere i pochi che partecipano che non sono sostenuti dal fatto che siamo molti, si fanno cose belle, cosí fan tutti etc. ma partecipano perché ci credono. Come sapete bene la fede é sempre qualcosa fragile… Soprattutto peró é una sfida per incontrare parole/gesti/ forme per annunciare il Vangelo a chi nemmeno pensa che possa essere una buona notizia per lui/lei! Sto capendo poco a poco come molte frasi, parole, immagini che ripeto non parlano a chi mi ascolta… sono “parole italiane” dette in spagnolo, sono le frasi con cui io sono stato evangelizzato peró dicono poco qua nel contesto che vi ho raccontato. Ecco quindi che siamo in ricerca… come annunciare il Vangelo qui? Come dire la “buona notizia” che libera e salva a chi – non dico non la vuole sentire – peró non pensa possa essere utile? Capite che é bello e provocante.

Termino. Se qua manca la fame e la povertá materiale non mancano altre povertá che credo siano una conseguenza piú o meno diretta della povertá religiosa. Ne elenco solo alcune. Casi frequenti di depressione, noia esistenziale che arrivano anche al suicidio (é il paese latinoamericano con il piú alto tasso). Forme di violenza di diverso tipo: familiare, di gruppo… pensate che l’altro ieri non sono riuscito a fare una catechesi perché gli adolescenti sono venuti tutti agitati perché nel “liceo” due ragazze si erano picchiate per un ragazzo che piace a a entrambe, al punto da lasciare sangue sul pavimento (o per lo meno cosí raccontano). Questo esempio introduce l’ultima povertá di cui vorrei parlarvi, forse la piú grande: quella affettiva. Con una rapiditá incredibile la struttura familiare é crollata negli ultimi dieci anni. Le storie sarebbero infinite: genitori soli che non hanno tempo per i figli, nuove coppie con figli di precedenti relazioni, madri adolescenti, prostituzione anche minorile e immaginate voi… questo mi sembra una delle ferite piú profonde della societá.

Spero di non avervi annoiato… per ora mi fermo… se avete domande, curiositá scrivetemi… questa lettera é solo il principio di una amicizia che sicuramente ci fará incontrare… magari in questo lato dell’Oceano…

MARCO

E’ arrivato in ritardo di qualche giorno. C’è voluto un parto cesareo per salvarlo dalle acque che si erano ammutinate attorno a lui. Sua madre Patricia aveva raggiunto Niamey al settimo mese di gravidanza. Benedict non sembrava motivato ad uscire e sua madre aveva smarrito il calendario. Patricia arriva giusto in tempo alla Maternità Centrale. Ora porta il nome di suo padre che è figlio di un pastore battista e di una madre improvvisata tra le guerre in Liberia. Benedict si è salvato per un soffio dalle acque come Mosè nel fiume Niger.

Non si sono salvati coloro che il deserto ha perduto. Alcune decine sono rimasti senz’acqua. La pista inseguita fuori mano per ingannare il destino. Il camion stanco di viaggiare di nascosto si è inceppato dalla disperazione. Passavano i giorni nell’attesa dell’acqua da bere e del pane da mangiare. Il deserto dell’Algeria allontana l’acqua per chi tenta di sedurla come un miraggio. La manna aveva cessato di cadere all’inizio della terra promessa. Mancava la roccia camminante e anche il bastone per generarla. L’ultima sorgente si era smarrita all’ombra del pozzo seccato.

Li hanno trovati com’erano. Creature di sabbia abbrustolita dal vento. Erano partiti insieme con l’acqua del viaggio come ostaggi di un sogno. I camion sono rapinatori addestrati dalla polvere lasciata alle spalle. Viaggiano di notte e si nascondono durante il giorno come la vita. 48 bambini sparsi dal vento e dalla vergognosa follia della politica. Si salvano negli ospedali e nelle statistiche perse del deserto lontano da Arlit. Lì avevano rapito alcuni francesi rilasciati da poco al prezzo di un riscatto dopo tre anni di trattative al ribasso. Con l’impunità ai rapitori come contorno.

Benedetto si chiama come suo padre. Aveva messo da parte qualcosa per Natale e tutto è partito nel regalo per lui. Passa per domandare l’aiuto per l’acquisto delle medicine delle farmacie che guadagnano bene. La salute è un affare non da poco. La metà dei funzionari del ministero della Sanitàè ancora in prigione. Gli altri gestiscono gli aiuti umanitari e le altre corruzioni di rito. Si dice bene di lui. Benedetto somiglia a suo padre che dalla Liberia e la Guinea era finito in Algeria passando dal Mali. Sono le rotte di chi insegue l’immaginario sbriciolato delle povertà.

Patricia chiede da bere. Hanno portato suo figlio nell’altra stanza e per ora non arriva il latte materno. E’ nata a Monrovia all’Elwa dove c’era la radio di Taylor. La Corte Penale Internazionale lo ha condannato a 50 anni di carcere per la sua implicazione nelle guerra incivile dei diamanti. Daouda è partito come Taylor dalla Sierra Leone e si è perso alla periferia di Algeri. Sopravvive giocando gratis e per sopravvivere si inventa muratore. Ora a Niamey vorrebbe imparare il francese per lavorare come parrucchiere. Il barbiere di Freetown in attesa che Mariam lo raggiunga.

Partono i bambini per non tornare dalle frontiere. Alcune decine di donne e qualche uomo perché non si sa mai. Morti dalla sete di un orizzonte che si allontana dalla sorgente. Il deserto perdona solo quelli che commerciano. Gli altri sono presi come ostaggi e inseguono quanto non cercano. Il fallimento della politica e la politica del fallimento. I controlli delle piste carovaniere che inseguono camion migranti perduti nella storia mai raccontata. In un raggio di 20 kilometri e in piccoli gruppi spesso sotto gli alberi. Una madre coi figli e altri gruppi di bambini abbandonati alla sabbia.

Anche Benedict è stato in Algeria ed è tornato col camion. L’ultimo figlio porta il suo nome. Gli altri due sono rimasti coi genitori anziani. Vorrebbero tornare uno dei prossimi Natali a causa della festa e non possono farlo a mani vuote. In Liberia Natale è l’unica festa che si rispetta quando si è lontani.L’amore della libertà ci ha portati qui. Sta scritto sulla bandiera dove galleggia una stella tra le onde americane. Erano morti da vari giorni sotto il sole. I droni servono a scovare i morti e a occultare i vivi. Benedetto non sa che porta il nome di suo padre.

Niamey, ottobre 2013

Corre incontro allo sconosciuto nel cortile d’imbarco delle corriere. Esther ha quattro anni dei quali la metà passati nel campo profughi e l’altra nascosta sotto una stella. Evasi dalla Costa d’Avoriodurante la guerra civile. Minacciati di ritorsioni nel campo profughi hanno scelto di nascondersi in Algeria. Ma quando sei nato non puoi più nasconderti. Lo diceva il film che racconta di migranti persi e salvati. Esther è il nome della stella che guida il ritorno di suo padre e sua madre. Corre e sorride con le treccine tenute insieme dagli elastici e dall’arcobaleno. Corre incontro e poi sorride lontano come fosse l’unico gioco che le interessa. Ha illuminato il deserto e tradito le frontiere.

Sua madre Nathalie è stata denudata davanti allo sposo. Le guardie dei confini l’hanno perquisita nelle parti intime.Cercavano i soldi del viaggio e l’occasione per disprezzare una donna dal nome cristiano. Nathalie, per ricordo di quel natale d’altro mondo che non torna neanche per sbaglio. Romaric, suo marito, è stato umiliato davanti alla figlia. Aveva lasciato il campo profughi perché la lista degli oppositori era pronta per lui. Di notte la gente spariva. Lui e altri dormivano nella foresta accanto. Stanco di nascondersi Romaric ha seguito il deserto dell’esilio. Senza la stella di Esther si sarebbe perso o avrebbe smesso di cercare. E allora decise di ricominciare dal mare.

Arriva col passamontagna e una leggera barba cresciuta col vento. Paul è il primo marinaio di professione che naviga nella sabbia. Ha frequentato l’Accademia Marittima Regionale di Accranel Ghana suo paese di origine. Si è imbarcato una volta sola su una nave da pesca che lo ha abbandonato al suo destino. Dopo anni di inutile attesa è partito nel Senegal come muratore. Senza paga fissa segue la vana promessa del datore di lavoro.Si trova nella polvere di Niamey da un mese o poco meno. Cambia la storia a seconda delle domande ed esibisce con cura il suo diploma plastificato. Paul magari torna domani al mare da cui non si era mai separato.

Sogna un veliero che lo porti lontano. Una famiglia povera che lo ha fatto studiare. Il resto del suo viaggio somiglia alla fuga dalla miseria senza raccomandazioni. Lavora chi ha contatti che contano o soldi da investire nella lotteria dell’impiego. Se ne vanno a migliaia rubando anni alla vita e vita agli anni. Il deserto insabbia il battello e allora sono i camion che solcano l’oceano. Paul avrebbe tanto desiderato navigare il mare. Per questo arreda la sua testa col berretto da nostromo. L’ultimo gabbiano che ha visto si è trasformato in farfalla migrante. Da buon marinaio racconta la verità che gli conviene per salpare domattina al primo canto del minareto.

Paul non è mai partito perché il suo tempo è rimasto incagliato in uno scoglio. I marinai promettono senza mantenere perché non c’era il guardiano del faro. Gli resta un biglietto di sola andata non rimborsabile come la vita. Altri quattro invece sono partiti tutti. Stanchi del Congo e della sua politica di eliminazione. Cercavano l’Europa che si allontana in Algeria. Ad Algeri il razzismo contro i neri si è fatto pane quotidiano. Non rimane loro che lavorare nei cantieri edili della capitale. Dormire dove e come capita. Al momento di pagare i padroni chiamano la polizia per denunciarli. Risparmiano il vitto, l’alloggio e il salario dei poveri che si vendono per un paio di sandali.

Sono salpati di buon’ora con Esther che si chiama anche Marie. Suo padre giura che un giorno sarà regina senza dirlo. Culla tra le braccia una bottiglia di plastica con l’acqua per il viaggio. La accarezza neanche fosse la corona che sua madre le ha prestato. La compagnia le regala il viaggio a causa dell’età. Marie Esther profitta per giocare a nascondino con la stella. Ha passato la metà della sua vita nel campo dei rifugiati. L’altra invece per inseguire una stella. Corre e sorride con le treccine tenute insieme dagli elastici e dall’arcobaleno. Domani tornerà di nuovo a specchiarsi nel mare. Come una regina.